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Roberto Borgia, Accadde a Tivoli… Cinque delitti, trenta secoli di storia tiburtina, 2026

Ottobre 13 @ 8:00 - Dicembre 31 @ 17:00

PREMESSA

Il romanzo giallo storico può essere una forma efficace di divulgazione della storia locale, soprattutto perché unisce la ricostruzione storica alla narrazione e può raggiungere lettori che difficilmente si avvicinerebbero a un saggio storico. Può, per esempio ricostruire luoghi e ambienti del passato, mostrando come erano strade, edifici, quartieri e paesaggi; far conoscere personaggi ed eventi locali, inserendoli in una vicenda narrativa; raccontare la vita quotidiana, non limitandosi alla storia politica ma mostrando usi, mestieri, rapporti sociali e mentalità; valorizzare la memoria e l’identità di una comunità, creando un legame emotivo tra il lettore e il territorio; stimolare la curiosità, spingendo il lettore ad approfondire autonomamente gli eventi e i luoghi realmente esistiti.

Si deve fare una distinzione importante: il romanzo non è un testo storiografico.

Per questo si potrebbe parlare di “divulgazione storica attraverso la narrativa”: il giallo non sostituisce il lavoro dello storico, ma può essere un efficace strumento per avvicinare il pubblico alla storia locale e renderla più accessibile e coinvolgente. (La Redazione)

Roberto Borgia, ACCADDE A TIVOLI. Cinque delitti, trenta secoli di storia tiburtina, pagine 228, ‎ Independently published, 2026, disponibile sulla piattaforma AMAZON. 

Tivoli non è solo la città delle ville, delle fontane e delle cascate. È anche il teatro silenzioso di cinque delitti, cinque enigmi che attraversano trenta secoli, dalla notte dei tempi al Novecento inoltrato.
Nella Tivoli arcaica, tra le capanne del colle e il guado dell’Aniene, i tre fratelli argivi Tiburto, Catillo e Cora si trovano al centro di un delitto sacrilego che minaccia di far crollare la giovane comunità appena fondata.

Nell’estate del 1566, tra i cantieri ancora incompiuti di Villa d’Este, il cardinale Ippolito II d’Este scopre che il potere, a Tivoli come a Roma, si paga anche in sangue versato tra i damaschi delle proprie stanze.

Nel 1591, mentre la carestia stringe la città in una morsa di disperazione, un cadavere riemerso dagli Horti Estensi costringe il dottor Nicodemi a indagare tra scienza medica, memoria storica e diritto.
Ai primi del Novecento, seduti alla Locanda della Sibilla, tra il tempio di Vesta e il baratro della grande cascata, due celebri investigatori d’oltremanica scoprono che persino l’Inghilterra ha un conto in sospeso con questa gola.

E nel settembre del 1925, un elegantissimo ladro gentiluomo giunge in città sulle tracce di una spada tempestata di zaffiri, appartenuta a un condottiero tiburtino e alle sue imprese d’Oriente.
Cinque epoche, cinque intrecci gialli, un solo vero protagonista: Tivoli stessa, con le sue rupi di travertino, le sue acque impetuose e i suoi segreti mai del tutto svelati. Ogni racconto nasce da una documentazione storica, topografica e artistica rigorosamente verificata: l’invenzione narrativa serve solo a dare voce a ciò che le fonti, spesso, lasciano muto.

L’autore, Roberto Borgia, si dedica dall’età di sedici anni alla divulgazione della storia e dell’arte di Tivoli: dopo decenni di saggi, edizioni commentate e cataloghi dedicati alla sua città, firma qui il suo primo esperimento di divulgazione in forma di racconto. (dalla presentazione su Amazon)

 

Su autorizzazione dell’autore riportiamo i primi paragrafi del racconto: Congiura a Villa d’Este.

“Capitolo I: Il sangue tra i damaschi di Tivoli

Era la fine di giugno dell’anno del Signore 1566. L’estate aveva steso sulle colline di Tivoli una cappa di calura vibrante, e le acque delle fontane già funzionanti della nuova villa d’Este parevano recare un graditissimo ristoro nella quiete delle giornate lunghe. Attorno ad esse, tuttavia, la villa era ancora un cantiere: muri, terrazze e giardini prendevano forma sotto le mani di una moltitudine d’artefici, mentre altre fontane, statue e meraviglie d’acqua non erano ancora che disegni, pietre sbozzate e progetti nella mente di Pirro Ligorio.

Il cardinale Ippolito II d’Este si era ritirato sdegnosamente nella sua dimora tiburtina, cercando un provvidenziale distacco dai primi, aspri mesi del pontificato di Pio V. Dinanzi al rigore inflessibile del nuovo papa inquisitore, che già faceva tremare i palazzi dell’Urbe con i suoi decreti contro la magnificenza dei porporati, l’alto prelato ferrarese aveva preferito allontanarsi temporaneamente dalla corte papale durante la stagione della malaria; tra quelle mura ancora incompiute, simulando una totale dedizione all’avanzamento della fabbrica che voleva trasformare in una delle più straordinarie meraviglie d’Italia, egli andava in verità tessendo le sue prime, cautissime contromisure politiche per proteggere i propri benefici e l’onore del casato. Né le cure della corte ferrarese gli erano venute meno: in quell’anno, mentre il duca Alfonso II attendeva ai preparativi della spedizione d’Ungheria contro i Turchi, Ippolito doveva mantenere da Tivoli continui contatti con Ferrara, ricevendo quasi ogni giorno lettere, dispacci e ambascerie sulle cose del ducato, in vista della reggenza che presto sarebbe ricaduta su di lui. La lontananza dalla città estense non era dunque ozio, ma una deliberata distanza dalla quale il porporato poteva seguire, con prudenza, tanto gli affari della Chiesa quanto quelli della propria casata. Proprio per trovare un momentaneo sollievo da quelle pressanti cure di Stato, il porporato si era isolato nelle stanze più interne dei suoi appartamenti. Eppure, il profumo intenso e avvolgente dell’acqua di rose, sprigionato con generosità dai grandi bracieri d’argento sbalzato posti agli angoli del camerino, non riusciva a sopraffare l’odore metallico, ferroso e leggermente dolciastro del sangue fresco.

Quello studiolo privato, attiguo alla camera da letto del prelato ferrarese, era di norma un luogo di silenziosa meditazione e calcolo politico, ma quella notte si era trasformato nella scena di una morte che, a prima vista, aveva tutte le apparenze di un crimine efferato. Nella penombra profonda della stanza, rischiarata a malapena dai guizzi di quattro alti candelabri di bronzo, le fiamme tremolanti proiettavano ombre lunghe e sinistre sui paramenti di prezioso damasco cremisi affissi alle pareti. La luce fioca si rifletteva sulle frange d’oro zecchino che facevano da fregio ai tessuti, creando bagliori intermittenti che sembravano quasi ridere della tragedia consumatasi sul pavimento.

Il porporato osservava la scena immobile, avvolto nella sua dignità ieratica. Egli, che nella giustizia era da tutti stimato come un incorrotto Aristide e che a somiglianza d’un altro Socrate non era mai stato visto turbato nel sembiante, mostrava una faccia immobile e composta in tanta gravità, benché l’animo fosse travagliato da smisurato affanno. A tradire quel fiero contegno vi era soltanto il tremito intermittente della mano destra, costretta ad artigliare il bracciolo della sedia per un’improvvisa e acuta fitta di chiragra alle giunture, quel malanno aspro, nato dalla medesima podagra che da tempo ne tormentava l’organismo debilitato dalle fatiche curiali.

Ai suoi piedi giaceva il cadavere disteso di mastro Ludovico De Negri, il capo idraulico della villa — fratello del rinomato mosaicista Gian Giacomo, detto il Tivolino — e da sempre affiancato nelle sue fatiche dal fido collega mastro Andrea Romano, fontaniere, l’unico uomo che, supportato da una fedele squadra di collaboratori, possedeva il genio e l’esperienza necessari per domare e incanalare la forza impetuosa del canale d’Este, derivato direttamente dal corso del fiume Aniene. Il corpo, trascinato fin nel camerino privato del cardinale, era stato abbandonato lì con deliberata insolenza. Un pugnale della misericordia, caratterizzato da un’impugnatura d’argento finemente cesellata, gli trafiggeva il petto magro e ossuto da parte a parte. L’arma penetrava obliquamente dal basso, con un’angolazione insolita che spingeva la punta verso la clavicola sinistra. Sul momento, la violenza apparente del colpo e la lama ancora conficcata nel corpo non lasciarono dubbi sul delitto, suggerendo il cieco e brutale impeto d’un sicario possente. Chiunque lo avesse abbandonato in quel luogo sacro alla quiete del porporato lo aveva fatto con deliberata insolenza, quasi a voler lanciare un oscuro monito…”

 

 

Dettagli

  • Inizio: Ottobre 13 @ 8:00
  • Fine: Dicembre 31 @ 17:00