Archivio mensile:Aprile 2020

Disponibile l’importante pubblicazione di Franco Sciarretta sul “Bollettino di Studi Storici ed Archeologici di Tivoli”, con dati statistici, errata corrige ed indici analitici.

 

Questa importante pubblicazione, frutto di un accurato e paziente studio del prof. Franco Sciarretta, consigliere della Società Tiburtina di Storia e d’Arte, permette di spaziare nelle annate di pubblicazione di questa storica rivista, edita a Tivoli dal 1919 fino al primo trimestre del 1939,  con dati statistici, errata corrige ed indici analitici.

La Rivista, dalla prima annata all’annata 1934 è disponibile sul nostro sito nella sezione Pubblicazioni … Riviste.

Cliccando sulla copertina sotto sotto riportata si potrà scaricare la pubblicazione del prof. Franco Sciarretta.

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Pubblicato il n. 79 di “AEQUA”, indagini storico-culturali sul territorio degli Equi.

Annunciamo con piacere l’uscita del n. 79 del quadrimestrale “Aequa”, che con questo numero entra nel ventiduesimo anno di attività. La copertina della Rivista è dedicata ad un particolare degli affreschi dell’abside della Chiesa di S. Silvestro a Tivoli.

La Rivista può essere acquistata presso la Libreria Gurgone in viale Tomei 49 a Tivoli; a Vicovaro nella tabaccheria edicola; a Carsoli nell’edicola davanti coop zona supermercati; a Carsoli nella libreria Origami; a Carsoli nell’edicola Mercuri; a Tagliacozzo nella libreria in   piazza dell’obelisco. Naturalmente la Rivista viene spedita gratuitamente ai soci dell’Associazione Culturale “Aequa”

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Un articolo sulla Deposizione, apparso sull’Osservatore Romano.

 

Supplica e devozione orante

L’affresco raffigurante la Deposizioneconservato nell’oratorio di San Pellegrino

La Deposizione nell’arte del XIII secolo

10 aprile 2020

La deposizione del corpo di Gesù dalla croce da parte di Giuseppe di Arimatea viene menzionata solo brevemente nei racconti evangelici della Passione. Di fatto, risultano solo pochi commenti sulla croce e Passione di Gesù risalenti ai primi secoli del cristianesimo e nessuna raffigurazione; pertanto, anche la piccola scena della deposizione, malgrado la sua drammaticità, passò ampiamente inosservata. Solo a partire dal ix secolo il tema venne ripreso nell’arte e, cosa alquanto curiosa, ciò avvenne quasi in contemporanea nella tradizione bizantina e in quella occidentale: inizialmente in due miniature, ma poi anche in molteplici altri modi, sia nella scultura sia nella pittura. Possiamo senz’altro affermare che già nel romanico, all’incirca nel XII e XIII secolo, la deposizione era diventata un’immagine di culto popolare, prima di imporsi veramente, a partire dal XIV, come stazione della via crucis.

Prima di soffermarci su due straordinari esempi di deposizione del XIII secolo dell’Italia centrale, è bene dedicare l’attenzione alle fonti storiche di quell’evento. La deposizione del corpo di Gesù dalla croce viene menzionata esplicitamente nei vangeli di Marco, Luca e Giovanni. Anzitutto viene citata la persona che ha preso l’iniziativa e compiuto il gesto, un certo Giuseppe di Arimatea, membro del sinedrio e «persona buona e giusta», come narra Luca (23, 50). Nel vangelo di Giovanni appare anche Nicodemo, «un capo dei Giudei» (3, 1), che precedentemente si era recato da Gesù “di notte” per parlare con lui. Nei vangeli sinottici, però, non viene menzionato.

L’atto stesso, la “schiodatura”, come è detto nella liturgia greca, viene descritto in modo diverso nei vangeli: mentre i sinottici Marco e Luca parlano semplicemente di “calare”, Giovanni usa una parola greca più metaforica, aírō, che significa “sollevare”, “portare”, “prendere su di sé”. Il corpo viene calato dalla croce da Giuseppe di Arimatea (19, 38), un dettaglio sempre raffigurato con grande forza espressiva nell’arte.

Il tema della deposizione diventa sempre più frequente nell’Italia centrale a partire dal XIII secolo, non solo nella pittura e nei rilievi su pietra, ma anche in una serie di sculture lignee, che probabilmente venivano esposte nelle processioni e nelle rappresentazioni sacre. Uno straordinario esempio di ciò si trova nel duomo della città di Tivoli, a una trentina di chilometri a est di Roma. Le figure della Madre di Dio, di san Giovanni, e anche quelle più piccole di Giuseppe di Arimatea e di Nicodemo, sono collocate singolarmente intorno alla Croce, dalla quale Gesù si china verso il basso con le braccia aperte. Probabilmente in origine Giuseppe stava su una scala mentre Nicodemo reggeva un attrezzo, come si può ancora vedere in una scultura simile a Vicopisano, nei pressi di Pisa. Diversamente dal gruppo scultoreo toscano, però, il Cristo di Tivoli spicca per la sua espressione “viva”. Il capo leggermente reclinato e le braccia aperte, sembra chinarsi in modo protettivo e consolatore sugli astanti. Maria e Giovanni sembrano rispondere a questo gesto con le braccia alzate, a indicare colui che è più grande, suggerendo così anche un invito alla preghiera rivolto all’osservatore.

Questa raffigurazione della cosiddetta deesis, ovvero della supplica, con la Madre a destra e il discepolo amato, Giovanni, alla sinistra di Cristo, era diffusa a Bisanzio sin dai tempi più antichi, raggiungendo in seguito anche l’Occidente. Il Crocefisso, inoltre, ha sul capo una corona, un riferimento al Re che è venuto per costruire il suo regno di giustizia e di pace. Questo Re riunisce le persone davanti alla sua croce. Sembra quasi che Giuseppe e Nicodemo vogliano salire da Colui che, inchiodato sulla croce, fece al ladrone una promessa solenne: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso» (Luca 23, 43).

A creare un certo contrasto con il Cristo “vivo” di Tivoli è la straordinaria raffigurazione della deposizione di Bominaco. Si trova nel piccolo oratorio di San Pellegrino, che fa parte di quello che era un complesso monastico nel paesaggio solitario dei monti abruzzesi, a una trentina di chilometri a est dell’Aquila. Anche questo affresco risale al XIII secolo. È stato realizzato da un artista sconosciuto — uno degli almeno tre pittori che hanno affrescato interamente gli interni della chiesa — detto il “maestro di Bominaco”. Il monastero di Bominaco era in un certo senso un luogo d’incontro tra Oriente e Occidente. Fondata dall’abbazia carolingia di Farfa, con i suoi stretti legami culturali con il regno dei Franchi, la comunità monastica di Bominaco conosceva anche la tradizione greco-bizantina della costa adriatica. Ne risultò una straordinaria sintesi di devozione bizantina e occidentale, espressa dagli affreschi dell’oratorio.

La piccola scena della deposizione, qui, è particolarmente degna di nota, poiché sotto molti aspetti esula dai canoni classici della pittura bizantina. Certo, vi si ritrovano motivi noti, come la rappresentazione simile alla deesis della Madre di Dio e di san Giovanni. Anche quello di Giuseppe di Arimatea che, in piedi su una scala, abbraccia e prende su di sé il corpo reclinato di Gesù lo conosciamo dalla tradizione occidentale. Maria e Giovanni, però, non stanno da parte, ma raccolgono anche loro il corpo e baciano le ferite in un gesto di riverenza. Giovanni, per giunta, tocca Gesù con mani velate, il che esprime la sua condizione di peccatore dinanzi al mistero della redenzione divina.

Per quanto riguarda Maria, la mano di Gesù ricopre metà del suo volto, come se il Figlio, al di là della morte, stesse consolando sua madre e asciugando le sue lacrime. Le due mani trafitte creano anche una sorta di collegamento tra Maria e Giovanni. La morte del Figlio crea qui un nuovo legame d’amore tra coloro che rimangono.

La particolarità sta però nella seconda e misteriosa donna dalla veste purpurea, che abbraccia il Crocefisso da dietro e si stringe a lui con espressione triste. Sovrasta Gesù ed esce chiaramente dalla cornice dell’immagine. Chi è quella donna, che appare anche in altre immagini del ciclo della Passione a Bominaco? Potrebbe trattarsi di una delle donne che poi si recano al sepolcro, le sante Mirofore, alle quali la liturgia ortodossa ha dedicato una festa propria? La donna dell’immagine sfiora la guancia di Gesù con gesto amorevole. Cerca anche di inalarne l’ultimo respiro. Secondo il vangelo di Giovanni, al momento della morte è giunta la sua “ora”. Egli viene elevato alla destra del Padre. Ma i seguaci si stringono al corpo senza vita e formano una comunità di amore. “Dio è amore”, dice Giovanni, e «chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1 Giovanni 4, 16). La Chiesa fissa questo mistero e cerca di coglierlo sempre più in profondità.

Abbiamo contemplato qui due raffigurazioni completamente diverse della deposizione. Sono al tempo stesso due interpretazioni dell’evento della redenzione, una più vicina alla tradizione dei vangeli sinottici, l’altra più legata al pensiero giovanneo. Entrambe, però, esprimono chiaramente come la vita, la Passione e la morte di Gesù siano state contraddistinte dal suo amore per gli uomini, che va oltre la sua morte sulla croce e continua a operare nella Chiesa.

di Winfried König

(L’articolo ci è stato segnalato dal prof. Francesco Ferruti)

Aggiornamento sul Premio “Francesco Bulgarini”

 

5 aprile 2020: è il 3235° anniversario di Tivoli e della sua mitica fondazione.

Tutto è pronto per la Cerimonia di premiazione del «Premio Bulgarini sulla storia di Tivoli», istituito dallo storico tiburtino cav. Francesco Bulgarini nel 1856 e ora ripristinato dopo quasi cinquant’anni dalla sua interruzione.

La Famiglia Bulgarini, di concerto con la Società Tiburtina di Storia e d’Arte, ha inteso ripristinare, dopo un’interruzione di quasi cinquant’anni e a partire dal corrente anno scolastico 2019/2020, questo storico progetto educativo e formativo a beneficio delle ragazze e ragazzi delle classi quinte delle scuole primarie del territorio comunale di Tivoli, ritenendo di fondamentale rilevanza il coinvolgimento delle nuove generazioni tiburtine e delle loro famiglie, in modo da alimentare nuovamente la conoscenza, l’orgoglio e la passione per la città e la sua storia.

Per l’A.S. 2019-20 hanno partecipato 276 studenti (tra alunne e alunni) delle Quinte classi “primarie” delle seguenti Scuole:

– Tivoli I (con 5 classi del plesso “Pertini” e “Don Nello Del Raso”)

– Tivoli II (con 5 classi della “Igino Giordani” e del “bivio di S. Polo”)

– Convitto Naz. “A. di Savoia” (con 4 classi)

– Scuola “Taddei” (con 1 classe).

Agli studenti che sono risultati vincitori, due per ogni classe partecipante al Premio, verranno conferite medaglie d’argento o bronzo, coniate come quelle antiche, con relativo diploma.

A tutti gli alunni delle classi partecipanti sarà inoltre consegnato il diploma nominativo di “Sostenitore del patrimonio storico, artistico e naturale di Tivoli”.

Ora, la cerimonia di premiazione, già ufficialmente fissata per giovedì 16 aprile 2020, alla presenza anche delle maggiori autorità cittadine, è rinviata a data da destinarsi.

Ma Tivoli è sopravvissuta per 3235 anni!

E saprà attendere, insieme a tutti noi, prossimi tempi migliori.

«Ad multos annos, Tibur!»

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Scheda: Arci (Via Empolitana-Fosso Empiglione), a cura di Zaccaria Mari

SCHEDA SCAVI ARCHEOLOGICI

Provincia: Roma

Comune: Castel Madama

Località: Arci (via Empolitana-fosso di Empiglione)

Tipologia: Acquedotto di età romana (Anio novus)

Descrizione:

                 Nella zona significativamente denominata “Arci”, fra Tivoli e Castel Madama, sulla via Empolitana, si trova uno dei più suggestivi “nodi” degli acquedotti antichi, paragonabile a quello di Tor Fiscale a Roma. Vi convergono, infatti, i quattro acquedotti provenienti dalla valle dell’Aniene, c.d. aniensi (Anio vetus 272-270 a.C., Aqua Marcia 144-140 a.C., Aqua Claudia e Anio novus 30-52 d.C.). In particolare nel Comune di Castel Madama l’Anio novus si scinde in due rami, uno dei quali corre lungo l’Empolitana in direzione di Tivoli, l’altro invece devia a Sud, scavalcando la via e il vicino fosso di Empiglione (fig. 1). Sono qui le arcate più imponenti, immortalate in foto storiche della fine ‘800 (fig. 2), che ancora oggi caratterizzano fortemente il paesaggio.

                 Nel 2014-15 la Soprintendenza è intervenuta a dirigere l’intervento, realizzato dalla proprietà, di ripulitura dalla vegetazione dell’intero tratto di acquedotto (lungh m 250) fra la via e il fosso e di sistemazione della strada campestre antistante, lungo la quale sono state collocate luci e piante ornamentali (fig. 3). A margine dell’Empolitana, ove gli archi sono crollati, si è riportata alla luce la base di un pilone costituita dall’originaria struttura di età claudia in opus quadratum, rifasciata con muratura laterizia (fig. 4). Il pilone fu demolito, per recuperare i blocchi di tufo e le grappe che li collegavano, forse già in epoca medioevale, quando questo ramo dell’acquedotto era definito “arco fulgurati” (documeto del 958). L’attiguo fornice che superava l’Empolitana antica (è incerto se nella sede della via attuale) doveva essere più ampio e monumentalizzato. La ripulitura del tratto seguente sino al fosso ha consentito di documentare lo stato di conservazione dell’acquedotto rispetto alle foto e ai rilevi Ashby di più di un secolo fa. La situazione è quasi invariata, ma urgono opere di consolidamento a causa soprattutto delle lesioni e del distacco delle masse murarie costruite in epoche diverse. Le tre arcate ancora in piedi e sormontate dallo speco (figg. 5-6), completamente ricostruite in laterizio sotto Adriano, sono le uniche che sono state oggetto di restauro (integrazioni alla base e cerchiature in ferro eseguite negli anni Trenta del ‘900). La bella cortina laterizia e le duplici ghiere degli archi risultano asportate quasi del tutto. Seguono i resti di vari piloni conservati per modesta altezza, ma alquanto interrati alla base, che presentano la struttura in blocchi interamente rifasciata; due di essi sono ancora collegati da bassi archi di un ordine inferiore ridotti al solo nucleo cementizio. Vicino al fosso due piloni hanno assunto il singolare aspetto di ambienti quadrati a causa della rimozione dei blocchi, di cui rimane netta l’impronta sul cementizio (fig. 7).

 

Bibliografia

 Th. Ashby, Gli acquedotti di Roma antica, Roma 1991 (traduz. di The Acqueducts of Ancient Rome, Oxford 1935), pp. 318-323, Z. Mari, Via Empolitana, km 3,800, acquedotto dell’Anio Novus, in Thomas Ashby. Un archeologo fotografa la Campagna Romana tra ‘800 e ‘900, Roma 1986, pp. 238-240, n. 199, J. Coste, Un insediamento del Tiburtino: Empiglione, “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte” 61, 1988, p. 152, F. Pompilio, Valle d’Empiglione, Fosso d’Empiglione, in I giganti dell’acqua. Acquedotti romani del Lazio nelle fotografie di Thomas Ashby (1892-1925), a cura di S. Le Pera, R. Turchetti, Roma 2007, pp. 172-177, nn. 2-3

 Passando il mouse sopra le foto appariranno le didascalie

 

 

Scheda: Mausoleo dei Plauzi (a cura di Zaccaria Mari)

SCHEDA SCAVI ARCHEOLOGICI

Provincia: Roma

Comune: Tivoli

Località: Via Maremmana Inferiore-Strada di Ponte Lucano

Tipologia: Mausoleo

Autore della scheda: Zaccaria Mari

 

Descrizione:

Sono iniziati nel marzo scorso i lavori di scavo e restauro del mausoleo dei Plauzi a Tivoli. Il monumento sepolcrale, il più famoso della Campagna Romana dopo quello di Cecilia Metella sulla via Appia, studiato dagli architetti sin dal XV secolo e rappresentato da molti vedutisti, si trova a valle dell’antica Tibur, sulla sponda sinistra dell’Aniene, a lato del c.d. ponte Lucano con cui la via Tiburtina supera il fiume (fig. 1). Il mausoleo, eretto in piena età augustea, si compone di due corpi: quello superiore cilindrico (diam. m 17,40, alt. cons. 12) in opera quadrata di travertino (il lapis Tiburtinus estratto nella vicina cava del Barco) con elegante bugnato piatto, suddiviso in due parti da una cornice aggettante, che forse terminava con un parapetto merlato o con copertura piana, e un corpo basamentale a forma di basso parallelepipedo quadrato (lato m 23,30, alt. 3,50 ca.), anch’esso rivestito di opera quadrata su un nucleo cementizio, oggi quasi completamente sepolto (fig. 2). Il mausoleo sorge, infatti, in un’area di esondazione, che già nei secoli scorsi vide notevolmente innalzato il letto del fiume, al punto che le arcate del ponte risultano interrate fino oltre l’imposta. Durante i secoli si è più volte tentato di preservare il monumento dagli straripamenti (ad esempio nel 1835 per opera dell’architetto L. Valadier), ma senza un vero successo. La costruzione nel 2004 dell’antiestetico muro in cemento (v. fig. 2), disconoscendo completamente le ragioni della tutela del bene culturale, ha invece mirato esclusivamente a salvaguardare l’edilizia e le attività, in parte abusive, dell’area circostante.

Nel corpo inferiore, accessibile da una porta architravata sul lato opposto alla Tiburtina, è ricavata la cella funeraria a pianta quadrata in opus reticulatum, con abside sul fondo, illuminata da due feritoie, costantemente invasa dall’acqua. Alla sommità del lato del basamento prospiciente la via Tiburtina si conserva un tratto del prospetto architettonico in travertino con nicchie ad arco e una centrale rettangolare, separate da semicolonne su un alto plinto e con capitello corinzio (figg. 3-4), che probabilmente girava tutt’intorno al corpo cilindrico. Nella parte alta del corpo cilindrico, verso la Tiburtina, è inserita l’iscrizione marmorea Corpus Inscriptionum Latinarum XV, 3606, di M. Plautius Silvanus (console nel 2 a.C. con Augusto), fondatore del mausoleo, e della moglie Lartia, cui corrispondono sul basamento la grande iscrizione 3605, di Plauzio Silvano, della moglie e del figlio M. Plautius Urgulanius, e la 3608, di Ti. Plautius Silvanus Aelianus, console nel 45 e nel 74 d.C., ancora inserite nel prospetto architettonico (fig. 5). Delle altre iscrizioni inserite nelle nicchie destinate ad accogliere i tituli funerari dei membri della gens senatoria dei Plautii Silvani, sepolti nel mausoleo durante tutto il I sec. d.C., è nota la 3607, di P. Plautius Pulcher, anch’egli figlio di M. Plauzio.

Il mausoleo venne forse utilizzato come baluardo a difesa del ponte già nel VI secolo durante la guerra greco-gotica, che ebbe in Tibur un importante caposaldo, ma solo in pieno Medioevo è citato come forte (anno 1141). Verso il 1465 fu trasformato in torrione mediante l’aggiunta del coronamento a sporto su archetti, con merli e camminamento interno, ove è inserito lo stemma di papa Paolo II (fig. 6). Buona parte del cilindro, quella rivolta verso Tivoli, ove in un momento imprecisato era iniziata la demolizione al fine di riutilizzare i materiali, è ricostruita con una solida muratura a scaglie di basalto (provenienti dai lastroni della pavimentazione della via Tiburtina), di travertino e di marmo.

Il corpo cilindrico presenta la parte inferiore piena, mentre quella superiore è vuota ed è stata interessata da pesanti interventi per il riuso medioevale e moderno, in particolare con l’erezione di quattro alti e grossi pilastri in muratura (uno è interamente crollato), che sorreggevano la copertura lignea raggiungibile per mezzo di scale anch’esse in legno.

Il progetto, elaborato dalla Soprintendenza e finanziato con la L. 23.12.2014, n. 190, per un importo di Euro 2.300.000,00, prevede: il restauro del corpo cilindrico (trattamento delle superfici in travertino, consolidamento e integrazione delle murature e del prospetto architettonico con le epigrafi), il recupero del vano superiore che si vuole rendere accessibile, la realizzazione di una copertura parzialmente praticabile onde consentire la periodica manutenzione e la fruizione del camminamento sommitale, lo scavo e il restauro del basamento, la sistemazione a parco archeologico-naturalistico dell’area circostante con entrata su via Maremmana Inferiore e vialetto di accesso che consenta di godere della vista sull’Aniene, così come si può ammirare negli acquerelli dell’Ottocento.

Ad oggi (agosto 2019) sono stati restaurati integralmente gli archetti con ghiera a mattoncini del coronamento (figg. 7-8) e parte della muratura del corpo cilindrico. È stato inoltre ripulito dalla vegetazione l’ambiente superiore, ove sono intervenute le prime novità. Sotto il moderno pavimento in mattoni sono stati intravisti due muri antichi in opus caementicium convergenti verso il centro che devono appartenere a un sistema a raggiera, come documentato in numerosi mausolei a tamburo di età tardo-repubblicana/primo-imperiale. La parte inferiore del corpo cilindrico quindi è sì piena, ma suddivisa dai setti murari in spicchi triangolari riempiti di scagliette; un sistema simile è utilizzato anche per collegare al corpo cilindrico quello basamentale.

La seconda importante novità riguarda l’attacco di volte in opera cementizia sul perimetro interno del corpo cilindrico; rasate dalla riutilizzazione moderna, appaiono come una successione di archi a tutto sesto (fig. 9). Accurati rilievi consentiranno di precisare l’articolazione del vano esistente in età antica, che sembrerebbe presupporre la presenza di un pilastro centrale. La ripulitura dalla vegetazione ha rimesso in luce anche molti elementi del riuso moderno: la struttura a base quadrata con porta trilitica, addossata al perimetro curvilineo, che conteneva la scala a chiocciola di legno per salire alla sommità (fig. 10), gli incassi per un’altra scala obliqua sullo stesso perimetro, gli incassi di soppalchi lignei sui pilastri, gli intonaci nel piano terra del vano su cui sono tracciati interessanti graffiti risalenti fino al XVIII secolo.

Il progetto prevede anche la messa in sicurezza della secentesca “Osteria del Ponte”, situata di fronte al mausoleo (v. figg. 1-2), in vista di un futuro recupero. Più in generale si auspica che i lavori in corso rappresentino anche l’occasione per coinvolgere soggetti con competenze diverse nel comune obiettivo di risolvere il problema delle inondazioni e di promuovere una sistemazione urbanistica che restituisca decoro e dignità a un sito per troppo tempo lasciato in abbandono.

Il progetto è seguito da Anna Paola Briganti (Responsabile unico del procedimento), Sergio Sgalambro (Direttore dei lavori), Zaccaria Mari (Direttore scientifico).

Periodici aggiornamenti sul prosieguo del cantiere saranno forniti su questo medesimo sito.

 

Le schede sono pubblicate sul sito del Ministero dei beni e della attività culturali e del turismo: Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale.

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Bibliografia

 

  1. Lolli Ghetti, Un documento ottocentesco sul Mausoleo dei Plautii a Ponte Lucano (Tivoli). Luigi Valadier e il rilievo del 1835 – Considerazioni e verifiche, in “Archeologia laziale” VII, 1, a cura di S. Quilici Gigli, Roma 1985, pp. 167-174, Z. Mari, Tibur, pars quarta, “Forma Italiae”, Firenze 1991, pp. 199-210, n. 128, S. Impeciati, Il Mausoleo dei Plauzi presso il Ponte Lucano a Tivoli. Il ponte, il mausoleo, l’antica osteria, con la collaborazione di D. Mascitti, Tivoli 2006, M. Cogotti, Tivoli. Paesaggio del Grand Tour, Roma 2014, pp. 36-39, R. Borgia, Catalogo della mostra “Le bellezze di Tivoli nelle immagini e negli scritti del Grand Tour – L’Acropoli con le cascate, il Santuario di Ercole Vincitore e il Mausoleo dei Plauzi, Tivoli 2017, pp. 200-216

 

 

Scheda: vicolo del Colonnato a Tivoli (a cura di Zaccaria Mari)

SCHEDA SCAVI ARCHEOLOGICI

Provincia: Roma

Comune: Tivoli

Località: Vicolo del Colonnato

Tipologia: Domus o villa

Autore della scheda: Zaccaria Mari

 

Durante la posa di una condotta idrica in vicolo del Colonnato, nel centro storico di Tivoli, sono state intercettate nel gennaio-febbraio 2018 le strutture di una domus o villa situata subito fuori dalle mura dell’antica Tibur (fig. 1). Lo scavo, condizionato dalla ristrettezza del vicolo (fig. 2), ha messo in luce un breve tratto di muro a grandi blocchi di tufo (fig. 3), forse reimpiegati proprio dal circuito murario o da uno dei tanti terrazzamenti in opera quadrata interni all’area urbana. Per contrastare l’umidità, i blocchi furono rivestiti con tegole su cui fu steso l’intonaco, dipinto in basso con una fascia nera e superiormente con una fascia rossa; frammenti rinvenuti nella terra di riempimento provano che più in alto si sviluppavano linee multicolori. In origine, anteriormente all’intonacatura, nel muro si apriva una porta dotata di soglia in travertino, che fu poi chiusa con blocchi di tufo anch’essi di riutilizzo.

L’elemento più interessante è il bel pavimento, perfettamente conservato, in cocciopesto decorato con tessere musive che dalla base del muro si estende sotto il vicolo e probabilmente prosegue anche oltre il muro di cinta del giardino di Villa d’Este (fig. 4). Le tessere musive, bianche e nere, formano due fasce parallele costituite di svastiche alternate a due quadrati inscritti l’uno nell’altro e bordate da una linea di singole tessere a colori alterni (fig. 5). La parte che rimane tra il muro e la prima fascia è punteggiata di tessere disposte alla rinfusa, mentre quella tra le due fasce presenta una fitta serie di crocette con resa bicroma alternata (fig. 6); una crocetta orna anche il centro dei doppi quadrati.

Se l’ambiente è molto grande, è probabile che al centro si sviluppi un ‘tappeto’ campito con l’iterazione di uno stesso motivo ornamentale (es. losanghe) o con un più elaborato disegno. Il pavimento rientra fra i tipi in uso nel II-I sec. a.C., documentati a Tivoli in edifici dell’area urbana e in villae del territorio, nell’ambito dei quali si segnala, però, per la ricchezza decorativa. Nell’interro è stato anche rinvenuto il frammento di un altro pavimento in cocciopesto decorato con scaglie di pietre colorate, databile alla stessa epoca. Le strutture rinvenute sono anch’esse attribuibili a un edificio privato, sicuramente una domus o una villa extraurbane impiantate sull’ameno pendio della c.d. “Valle gaudente” che alla metà del ‘500 ospitò il giardino di Villa d’Este.

Lo scavo è stato seguito e documentato da Marta Diberti.

Bibliografia

Inedito. Sui pavimenti in cocciopesto decorato: M. Grandi, Riflessioni sulla cronologia dei pavimenti cementizi con decorazione in tessere, in “Atti dell’VIIII Colloquio dell’AISCOM”, a cura di G. Guidobaldi, A. Paribeni, Ravenna 2001, pp. 71-86. Per la diffusione in area tiburtina: M.L. Morricone Matini, Mosaici antichi in Italia. Pavimenti di signino repubblicani di Roma e dintorni, Roma 1972, passim, C.F. Giuliani, Tibur, pars prima, “Forma Italiae” I, 7, Roma 1970, p. 83, n. 50

Le schede sono pubblicate sul sito del Ministero dei beni e della attività culturali e del turismo: Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale.

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Scheda: Il cosiddetto mercato coperto a Tivoli (a cura di Zaccaria Mari)

SCHEDA SCAVI ARCHEOLOGICI

Provincia: Roma

Comune: Tivoli

Località: Via del Colle

Tipologia: Sostruzione

Autore della scheda: Zaccaria Mari

Il c.d. “Mercato coperto” a Tivoli è un imponente edificio in opus incertum di calcare della prima metà del I sec. a.C., che si affaccia con un fornice a tutto sesto in blocchi di travertino (alt. m 12 ca.; fig. 1) su via del Colle, l’antica via Tiburtina, nel cuore della città medioevale (fig. 2). Addossato alle mura urbiche in opera quadrata di tufo del IV-III sec. a.C. e prossimo alla porta detta Maggiore, fa parte dei grandi edifici della monumentale ristrutturazione di Tibur in epoca tardo-repubblicana. Il fornice è sormontato da una finestra strombata ad arco ribassato (fig. 3), su cui correva una cornice sorreggente un arco a conci, entrambi crollati nel 1815 (fig. 4).

L’interno, oggi trasformato in cantine e abitazioni, era costituito da un lungo ambiente rettangolare (m 31,50 x 5,30; fig. 5), coperto a botte, con cinque vani sul lato sinistro, due rettangolari (coperti a botte; figg. 6-7) e tre a forma di nicchioni semicircolari (coperti con un’unghia di volta a botte), e il pavimento costituito di quattro piattaforme raccordate da scale in salita verso il lato opposto alla via. Già interpretato come un vero “Mercato coperto” e paragonato con quello di Ferentino (Boëthius 1932), in epoca più recente è stato ritenuto una substructio cava eretta per ampliare il sovrastante piazzale del Foro (Giuliani 1970), la quale inglobò al suo interno un tratto di strada extramuranea divenuta così una via tecta. La conferma di tale interpretazione, che, seppur plausibile, restava ipotetica, è venuta dal rinvenimento nel 1998 durante lavori edilizi in via Taddei (circa 70 metri a Sud del “Mercato”) di una porzione di lastricato stradale in basalto antistante un tratto delle mura (lungh. m 8, alt. 3,50; figg. 8-9) presso la medioevale posterula di S. Pantaleone. I basoli, oggi visibili da una botola, perfettamente conservati e senza evidenti tracce di usura (fig. 10), sono delimitati nel margine verso le mura dalla crepidine; nello spazio (largh. m 2 ca.) che li separa da queste correva forse un marciapiede. Il rinvenimento, reso noto soltanto nell’ultimo numero della benemerita rivista di storia patria di Tivoli (Mari 2017), ha anche consentito di interpretare meglio i passi di due documenti del X secolo, i quali, nel citare una “scala marmorea”, alludono con ogni probabilità alla cordonata che proveniva da fuori le mura e si inoltrava sotto la porta antica perpetuata da quella medioevale. Il termine “marmorea” è verosimilmente da riferire non al “marmo”, ma al colore della pietra (travertino o calcare) dei gradini, soprattutto se questi vennero realizzati contestualmente al “Mercato” e impiegando gli stessi materiali.

La necessità di estendere nel I sec. a.C. la superficie del Forum si impose a causa della riduzione che questa aveva subito con l’impianto della basilica civile nel sito dell’attuale Duomo e di templi nell’area circostante. La soluzione scelta fu quella di trasformare un segmento della viabilità extra moenia in una via “coperta” (fig. 11), come già era avvenuto, o stava avvenendo, con la costruzione del santuario di Ercole (che inglobò un tratto in salita della Tiburtina) e forse con altre realizzazioni nell’ambito della città.

Lo scavo è stato seguito e documentato da Zaccaria Mari.

Bibliografia

  1. Uggeri, Journées pittoresques de Tivoli, Roma 1806, p. 8, A. Boëthius, Die Warenhäuser in Ferentino und Tivoli, “Acta Archaeologica” 1932, pp. 191-208, C.F. Giuliani, Tibur, pars prima, “Forma Italiae” I, 7, Roma 1970, pp. 218-222, n. 114 e p. 51, Z. Mari, Il c.d. “Mercato coperto” a Tivoli, “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte” 90, 2017, pp. 119-140.

Le schede sono pubblicate sul sito del Ministero dei beni e della attività culturali e del turismo: Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale.

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