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Da sabato 13 giugno 2020 riaperto il Museo della Città in Piazza Campitelli a Tivoli, con nuovi orari.

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I luoghi della cultura riaprono alla città dopo le lunghe settimane di lockdown causato dall’emergenza sanitaria del Covid-19. Settimane durante le quali, però, pur rimanendo le porte dei luoghi culturali e artistici chiuse, si è continuato a lavorare per essere pronti alla ripartenza. Da sabato 13 giugno 2020, dunque, il Museo della città di Tivoli ospitato all’interno dello storico complesso della Missione, in via della Carità, su piazza Campitelli, è tornato fruibile ed ha recuperato quel suo importante ruolo di spazio per la conservazione e la promozione del patrimonio storico e artistico di Tivoli che ha assunto negli ultimi anni.

Il museo osserverà in questa prima fase nuovi orari per il pubblico con le seguenti modalità:

–          sabato, domenica e festivi, orario continuato dalle 10 alle 18;

–          non è necessaria la prenotazione;

–          ingresso consentito a un massimo di 30 persone per volta;

–          rispetto delle norme igieniche, di sicurezza e prevenzione anti Covid-19: obbligo d’indossare mascherine, igiene delle mani, distanziamento fra persone.

All’interno del museo, distribuita su tre piani secondo approcci tematici che riproducono un vero e proprio viaggio nella storia, è allestita l’esposizione “Lapis Tiburtinus, la lunga storia del travertino”, alla quale hanno collaborato l’Istituto Villa Adriana-Villa d’Este, la Soprintendenza territoriale di Stato, la Società tiburtina di storia e d’Arte e il Centro per la valorizzazione del Travertino romano, ed è stata curata dalla consigliera del sindaco per i Musei civici Maria Antonietta Tomei, insieme allo storico imprenditore del travertino Fabrizio Mariotti, che ha finanziato il catalogo dedicato all’esposizione.

La mostra, che ha già riscosso un ottimo successo di pubblico e di critico, interrotta a causa dell’epidemia, è stata prorogata sino al 30 settembre.

“Riapre un luogo punto di riferimento per la cultura tiburtina. Invitiamo i cittadini a visitare, per chi non lo avesse fatto ancora, o di tornare a rivedere la mostra dedicata a un pezzo importante della storia di Tivoli, della sua cultura e della sua economia”, esorta il sindaco Giuseppe Proietti, “in particolare gli studenti, perché c’è molto da scoprire e da imparare, non soltanto sulla città, ma anche sul resto del mondo. La pietra tiburtina, le cui cave più importanti si trovano nel territorio dell’antica Tibur, ha avuto, infatti, una vastissima diffusione nell’architettura romana di tutti i tempi e oggi è nota e ricercata ovunque”. Sono in travertino, ad esempio, il Colosseo e piazza San Pietro, la Fontana di Trevi e le Fontane di piazza Navona, ma anche architetture come il Getty Center di Los Angeles, la Moschea di Algeri, la Banca di Cina a Pechino, l’Eur e le sculture di Henry Moore.

Pur se questo tipo di pietra viene estratto anche in altre regioni italiane e del mondo, ancora oggi dall’area di Tivoli e Guidonia Montecelio (l’ager tiburtinus) ne proviene la maggior quantità e la migliore qualità”

Intanto sono in corso i lavori di adeguamento per la riapertura anche di Rocca Pia, che dovrebbe avvenire a breve.

Presentato il volume “Tivoli tremila anni di storia”

Il giorno giovedì 11 giugno 2020 è stato presentato, tramite la piattaforma per videoconferenze Zoom, il volume “Tivoli tremila anni di storia”, pubblicato dalla collaborazione del Rotary Club di Tivoli con la Società Tiburtina di Storia e d’Arte.

Il testo fa il punto sulla storia di Tivoli, in base agli ultimi studi, scoperte e ricerche, da parte di alcuni tra i più prestigiosi specialisti della storia locale, con l’intervento anche del giornalista Raffaele Alliegro, che parla degli ultimi trent’anni della nostra città.

Il volume, finanziato dal Rotary Club di Tivoli, purtroppo non è in vendita, ma riservato ai soci del sodalizio.

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Questo l’indice del volume

Un ricordo del Premio “Bulgarini” anni ’70 dello scrittore tiburtino Luigi Brasili

Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo la prefazione al libro “C’era una volta un re” dello scrittore tiburtino Luigi Brasili.

Prefazione dell’autore sul libro “C’era una volta un re”.

 Quando l’Editore mi ha chiesto di preparare una serie di schede didattiche sui luoghi e i temi trattati in questo libro, ho iniziato naturalmente con gli argomenti per i quali sapevo di potermi affidare alla mia memoria, visto che nel rione in cui è ambientata la storia sono cresciuto e vi ho abitato per quasi trent’anni. Ma per approfondire i temi, per trovare altri spunti e rinfrescare i ricordi, nonché per evitare di scrivere strafalcioni indotti dall’eccessiva fiducia nella memoria suddetta, ho consultato ovviamente gli archivi digitali che grazie a Internet sono disponibili con pochi click. Cito su tutti Wikipedia e il sito web TiburSuperbum, mentre per le fonti cartacee ho utilizzato soprattutto il libro Storia e monumenti di Tivoli, (Renzo Mosti, Società Tiburtina di Storia e d’Arte , pref. 1968 Tipografica S. Paolo).

A proposito di questo libro, mi ha fatto un certo effetto tornare a sfogliarlo dopo tutti questi anni. Ricordo bene quel giorno di tanto tempo fa quando, alunno di quinta elementare, andai a sostenere l’esame davanti alla commissione del premio Bulgarini… Mamma mia che paura quel lungo corridoio deserto della scuola di via del Collegio, per andare nell’aula dove i professori aspettavano famelici di coprirti di domande sul testo… Per chi non ricorda e per chi non è di Tivoli, all’epoca c’era questo concorso molto prestigioso, rivolto alle quinte elementari, concorso che verteva sulla storia di Tivoli. Gli alunni selezionati dagli insegnanti di ogni istituto dovevano prepararsi utilizzando il libro del Mosti come base di studio, e quelli che si dimostravano più preparati (o meno impacciati) venivano poi premiati nel corso di una cerimonia pubblica che, almeno ai miei tempi, si teneva nel (fu) Teatro Italia. E, sempre in tema di ricordi, come ho visto la copertina del libro in questione ho avuto questo flashback della mano del mio maestro, Otello Boanelli, che me lo consegnava, fiducioso e certo che mi sarei fatto onore nella tenzone. È stata un po’ anche “colpa” del mio maestro, e dei suoi insegnamenti, se sono cresciuto con questa “malattia” della parola scritta; infatti sempre lui mi prestò il primo romanzo della mia “carriera” di lettore, quando avevo otto anni, I misteri della giungla nera di Emilio Salgari.

In merito alla storia raccontata in C’era una volta un re, devo confessare che mi sono divertito molto ad accompagnare Cecilia con lo zio e i fratelli in questa avventura sulle strade che ho battuto migliaia di volte; è stato un po’ ritrovarsi tra volti e voci, emozioni e situazioni dell’infanzia che ho condiviso con tanti altri, alcuni dei quali purtroppo non ci sono più. Non mi metto a fare nomi, ma chi sa capirà chi sono coloro a cui mi riferisco, perché sono sicuro che ognuno, come me, ha un personale angolino di memoria riservato a molte di queste persone, giovani o grandi, che c’erano una volta insieme a noi.

Ripercorrere quei luoghi, nero su bianco, rivedere quei volti e riascoltare quelle voci mi ha dato anche modo di far galoppare non poco la fantasia sull’onda dei ricordi reali; pertanto non posso escludere che in futuro mi “scappi” di scrivere nuove storie all’ombra della Sibilla…

Ovviamente nelle descrizioni mi sono preso qualche libertà, mentre in un paio di casi, contrariamente a quanto dichiara giustamente l’Editore, ho inserito persone reali che, ne sono certo, non avranno di che lamentarsene.

Tornando alle schede, inserite a uso e consumo di insegnanti, alunni o semplici curiosi, non posso mettere la mano sul fuoco affermando che non ci sia qualche inesattezza malgrado l’impegno certosino che vi ho profuso; in tal caso di sicuro capirete che non s’è fatto apposta.

In ultimo, volevo ringraziare quanti hanno contribuito in qualche modo a questo lavoro: l’Editore e tutti i suoi collaboratori, con cui è sempre un piacere lavorare; Elisa Todisco, per i bellissimi disegni; poi mio fratello Fabrizio, per avermi prestato il libro di Mosti e fornito qualche chiarimento su alcuni aspetti storici e architetturali; e, naturalmente, last but not least, il mio maestro Otello, che riposi in pace.

 p.s.

Giusto per precisare, l’esame del concorso andò malissimo, contrariamente alle forti aspettative del maestro; feci quasi scena muta, con una specie di mostruosa creatura che durante il colloquio mi serrava le labbra dall’interno e mi contorceva lo stomaco. Ma in fondo, meglio così: perché c’è sempre un esame, prima o poi, da superare; e il modo migliore è presentarsi preparati per ogni evenienza, consapevoli che verranno altre occasioni di tentare, così come altre prove da sbagliare. Altrimenti, se tutto fosse facile, non ci sarebbe motivo di cimentarsi, e soprattutto non ci sarebbe alcuna soddisfazione a superare la prova, né alcuna motivazione per andare avanti.

……………………..

Luigi Brasili è nato nel 1964 a Tivoli, dove vive tuttora. Ha sempre amato la parola scritta, fin da bambino, ma ci si è messo d’impegno a partire dalla fine del 2003, ottenendo più di un centinaio di riconoscimenti in concorsi e selezioni editoriali su tutto il territorio nazionale e classificandosi al primo posto in una trentina di premi letterari. Ha pubblicato racconti in decine di libri e riviste, per vari editori e testate tra cui Fanucci, Rai-Eri, Cronaca Vera, Delos Science Fiction. Suoi racconti sono stati letti in trasmissioni radiofoniche e università.
Ha pubblicato inoltre i seguenti libri:
La strega di Beaubois (Magnetica, Napoli – dicembre 2006);
Lacrime di drago (Delos Books, Milano – marzo 2009);
La stirpe del sentiero luminoso (La Penna blu, Barletta – dicembre 2011);
Il lupo (Delos Digital, Milano – novembre 2013);
Il ritorno del lupo (Delos Digital, Milano – gennaio 2014);
Il tempio dei sette (Delos Digital, Milano – marzo 2014);
Stelle cadenti (Delos Digital, Milano – maggio 2014);
C’era una volta un re (La Penna blu, Barletta – dicembre 2014);
La scomparsa dell’elfo (Delos Digital, Milano – maggio 2015);
Sotto rete, tutta un’altra storia (ASD Andrea Doria – dicembre 2015)
Trilogia Figli della notte (Delos Digital, Milano – novembre 2016)
A gennaio 2017: Sherlock Holmes e il tempio della Sibilla nella collana Sherlockiana sempre della Delos Digital.

Qui sotto la copertina di un libro di argomento …. tiburtino

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TIVOLI E LE SUE VILLE – LE RIAPERTURE AL PUBBLICO E LE INIZIATIVE, di A.M.P.

"Tivoli-Villa Gregoriana-Ingresso" Ediz. P(rovizi) L(epanto)-Tivoli (courtesy Roberto Borgia, 2017)
“Tivoli-Villa Gregoriana-Ingresso” Ediz. P(rovizi) L(epanto)-Tivoli

TIVOLI E LE SUE VILLE – LE RIAPERTURE AL PUBBLICO E LE INIZIATIVE

Villa Gregoriana ha riaperto al pubblico, Villa d’Este è pronta ad accogliere i visitatori, per Villa Adriana bisogna ancora attendere (vedi sotto l’aggiornamento).

Da mercoledì 27 Maggio 2020 si potrà tornare nel giardino cinquecentesco più famoso della nostra regione, quello di VILLA D’ESTE: sono pronti nuovi percorsi, rispettosi delle norme anti-contagio e capaci di offrire contenuti ed esperienze di grande intensità, per una fruizione lenta, ma profonda e consapevole, in un contesto di grande tranquillità dovuta alla presenza di pochi ospiti.

Inoltre è stata studiata una nuova tariffazione vantaggiosa, dedicata al pubblico di prossimità, compreso quello della città di Roma, e favorevole anche per chi voglia vivere pienamente il contesto territoriale delle Villae.

Il complesso di Villa d’Este rispetta ora il seguente orario di apertura: 8.30 – 19.30 (la biglietteria chiude alle 18.45).

Lunedì l’apertura è dalle ore 14.00.

L’ingresso per i visitatori è su Piazza Trento, l’uscita obbligatoria, da Piazza Campitelli.

La durata massima della visita prevista è di 2 ore.

Durante la chiusura imposta dall’emergenza, l’Istituto Villae ha svolto lavori la cui organizzazione di cantiere sarebbe risultata invadente rispetto alla fruizione turistica, in particolare sul verde. Oltre alle necessarie cure fitosanitarie, sono state effettuate potature stagionali per garantire la forma topiaria delle siepi, nonché operazioni straordinarie di riassetto della distribuzione volumetrica delle masse verdi e di ripristino delle direttive ottiche e focali che caratterizzavano, dalla sua formulazione ideativa, la Villa.

Nel contesto estense prosegue la mostra “Apres le dèluge”: viaggio fra opere riemerse e misconosciute, allestita nella duplice sede di Villa d’Este e del Santuario di Ercole Vincitore. L’esposizione valorizza un nucleo di opere appartenenti a collezionisti privati per la prima volta esposte in una istituzione museale e oltre 40 reperti antichi recuperati dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

Martedì 26 maggio VILLA ADRIANA, vincitrice del Contest Visit Lazio, nel rispetto della normativa vigente e in attesa della riapertura al pubblico, riaprirà invece le porte a una ristretta platea di operatori del settore turistico per condividere e predisporre il nuovo progetto di accoglienza e fruizione del sito maturato nei mesi di emergenza. Presenzierà la dott.ssa Benedetta Adembri, responsabile di Villa Adriana.

La Villa imperiale, durante la chiusura imposta dall’emergenza, oltre ad aver sperimentato una gestione delle aree dedicate a prato, ha partecipato con la FAI (Federazione Apicoltori Italiani) al Progetto ApinCittà, per il biomonitoraggio ambientale mediante impianto alveari di ape italiana, già documentato su questa pagina.

La residenza imperiale è poi pronta con il progetto espositivo: “Villa Adriana tra Cinema e UNESCO” (29 giugno – 30 settembre), con cui celebrerà l’iscrizione al patrimonio mondiale dell’umanità e la fortuna nel cinema del sito, ormai parte di un immaginario universale e condiviso.

La mostra è legata al Villae Film Festival con il quale l’Istituto indaga il rapporto tra cinema e arte.

È possibile tornare, dal 22 maggio scorso, su prenotazione anche a VILLA GREGORIANA. L’orario di apertura è dalle 10.00 alle 18.00, con uscita dal Parco per le 19.00.

Occorre prenotare il biglietto su www.parcovillagregoriana.it e avere qualsiasi informazione al numero 0774 332650.

(A. M. P.) (dalla pagina Facebook del NOTIZIARIO TIBURTINO)

 Aggiornamento:

«Giovedì 28 maggio tocca a Villa Adriana la cittadella costruita dall’imperatore Adriano nella prima metà del II secolo. Villa Adriana riapre all’insegna di nuovi percorsi rispettosi delle norme anti-contagio. La parola d’ordine è  fruizione lenta, profonda e consapevole. Inoltre, è stata studiata una tariffazione dedicata al pubblico di prossimità, compreso quello di Roma, e favorevole anche per chi voglia vivere pienamente il contesto territoriale delle Villae. Si tratta di un’occasione per ammirare i siti tiburtini in una condizione di grande tranquillità dovuta alla presenza di pochi ospiti.Da mettere in agenda il progetto espositivo “60/20: Villa Adriana tra Cinema e UNESCO” (29 giugno – 30 settembre), che celebra l’iscrizione al patrimonio mondiale dell’umanità e la fortuna nel cinema del sito, ormai parte di un immaginario universale e condiviso. La mostra è intimamente legata al Villae Film Festival con il quale l’Istituto indaga il rapporto tra cinema e arte.

E a Villa Adriana non mancano le novità visto che il patrimonio in consegna al direttore Andrea Bruciati, diventa sempre più “bio”. Dopo l’olio e il pizzutello, arriva anche il miele di Adriano. «Nel parco sono state impiantate le prime arnie come tester biologico – racconta Bruciati – poi espanderemo il progetto anche al vigneto di Villa d’Este e all’area sull’Aniene del Santuario. Da lì produrremo tre diversi tipi di miele fra cui quello di “Styrax”, fiore tipico della zona con proprietà benefiche incredibili».  (da Il Messaggero online del 27 maggio 2020)

Disponibile l’importante pubblicazione di Franco Sciarretta sul “Bollettino di Studi Storici ed Archeologici di Tivoli”, con dati statistici, errata corrige ed indici analitici.

 

Questa importante pubblicazione, frutto di un accurato e paziente studio del prof. Franco Sciarretta, consigliere della Società Tiburtina di Storia e d’Arte, permette di spaziare nelle annate di pubblicazione di questa storica rivista, edita a Tivoli dal 1919 fino al primo trimestre del 1939,  con dati statistici, errata corrige ed indici analitici.

La Rivista, dalla prima annata all’annata 1934 è disponibile sul nostro sito nella sezione Pubblicazioni … Riviste.

Cliccando sulla copertina sotto sotto riportata si potrà scaricare la pubblicazione del prof. Franco Sciarretta.

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Un articolo sulla Deposizione, apparso sull’Osservatore Romano.

 

Supplica e devozione orante

L’affresco raffigurante la Deposizioneconservato nell’oratorio di San Pellegrino

La Deposizione nell’arte del XIII secolo

10 aprile 2020

La deposizione del corpo di Gesù dalla croce da parte di Giuseppe di Arimatea viene menzionata solo brevemente nei racconti evangelici della Passione. Di fatto, risultano solo pochi commenti sulla croce e Passione di Gesù risalenti ai primi secoli del cristianesimo e nessuna raffigurazione; pertanto, anche la piccola scena della deposizione, malgrado la sua drammaticità, passò ampiamente inosservata. Solo a partire dal ix secolo il tema venne ripreso nell’arte e, cosa alquanto curiosa, ciò avvenne quasi in contemporanea nella tradizione bizantina e in quella occidentale: inizialmente in due miniature, ma poi anche in molteplici altri modi, sia nella scultura sia nella pittura. Possiamo senz’altro affermare che già nel romanico, all’incirca nel XII e XIII secolo, la deposizione era diventata un’immagine di culto popolare, prima di imporsi veramente, a partire dal XIV, come stazione della via crucis.

Prima di soffermarci su due straordinari esempi di deposizione del XIII secolo dell’Italia centrale, è bene dedicare l’attenzione alle fonti storiche di quell’evento. La deposizione del corpo di Gesù dalla croce viene menzionata esplicitamente nei vangeli di Marco, Luca e Giovanni. Anzitutto viene citata la persona che ha preso l’iniziativa e compiuto il gesto, un certo Giuseppe di Arimatea, membro del sinedrio e «persona buona e giusta», come narra Luca (23, 50). Nel vangelo di Giovanni appare anche Nicodemo, «un capo dei Giudei» (3, 1), che precedentemente si era recato da Gesù “di notte” per parlare con lui. Nei vangeli sinottici, però, non viene menzionato.

L’atto stesso, la “schiodatura”, come è detto nella liturgia greca, viene descritto in modo diverso nei vangeli: mentre i sinottici Marco e Luca parlano semplicemente di “calare”, Giovanni usa una parola greca più metaforica, aírō, che significa “sollevare”, “portare”, “prendere su di sé”. Il corpo viene calato dalla croce da Giuseppe di Arimatea (19, 38), un dettaglio sempre raffigurato con grande forza espressiva nell’arte.

Il tema della deposizione diventa sempre più frequente nell’Italia centrale a partire dal XIII secolo, non solo nella pittura e nei rilievi su pietra, ma anche in una serie di sculture lignee, che probabilmente venivano esposte nelle processioni e nelle rappresentazioni sacre. Uno straordinario esempio di ciò si trova nel duomo della città di Tivoli, a una trentina di chilometri a est di Roma. Le figure della Madre di Dio, di san Giovanni, e anche quelle più piccole di Giuseppe di Arimatea e di Nicodemo, sono collocate singolarmente intorno alla Croce, dalla quale Gesù si china verso il basso con le braccia aperte. Probabilmente in origine Giuseppe stava su una scala mentre Nicodemo reggeva un attrezzo, come si può ancora vedere in una scultura simile a Vicopisano, nei pressi di Pisa. Diversamente dal gruppo scultoreo toscano, però, il Cristo di Tivoli spicca per la sua espressione “viva”. Il capo leggermente reclinato e le braccia aperte, sembra chinarsi in modo protettivo e consolatore sugli astanti. Maria e Giovanni sembrano rispondere a questo gesto con le braccia alzate, a indicare colui che è più grande, suggerendo così anche un invito alla preghiera rivolto all’osservatore.

Questa raffigurazione della cosiddetta deesis, ovvero della supplica, con la Madre a destra e il discepolo amato, Giovanni, alla sinistra di Cristo, era diffusa a Bisanzio sin dai tempi più antichi, raggiungendo in seguito anche l’Occidente. Il Crocefisso, inoltre, ha sul capo una corona, un riferimento al Re che è venuto per costruire il suo regno di giustizia e di pace. Questo Re riunisce le persone davanti alla sua croce. Sembra quasi che Giuseppe e Nicodemo vogliano salire da Colui che, inchiodato sulla croce, fece al ladrone una promessa solenne: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso» (Luca 23, 43).

A creare un certo contrasto con il Cristo “vivo” di Tivoli è la straordinaria raffigurazione della deposizione di Bominaco. Si trova nel piccolo oratorio di San Pellegrino, che fa parte di quello che era un complesso monastico nel paesaggio solitario dei monti abruzzesi, a una trentina di chilometri a est dell’Aquila. Anche questo affresco risale al XIII secolo. È stato realizzato da un artista sconosciuto — uno degli almeno tre pittori che hanno affrescato interamente gli interni della chiesa — detto il “maestro di Bominaco”. Il monastero di Bominaco era in un certo senso un luogo d’incontro tra Oriente e Occidente. Fondata dall’abbazia carolingia di Farfa, con i suoi stretti legami culturali con il regno dei Franchi, la comunità monastica di Bominaco conosceva anche la tradizione greco-bizantina della costa adriatica. Ne risultò una straordinaria sintesi di devozione bizantina e occidentale, espressa dagli affreschi dell’oratorio.

La piccola scena della deposizione, qui, è particolarmente degna di nota, poiché sotto molti aspetti esula dai canoni classici della pittura bizantina. Certo, vi si ritrovano motivi noti, come la rappresentazione simile alla deesis della Madre di Dio e di san Giovanni. Anche quello di Giuseppe di Arimatea che, in piedi su una scala, abbraccia e prende su di sé il corpo reclinato di Gesù lo conosciamo dalla tradizione occidentale. Maria e Giovanni, però, non stanno da parte, ma raccolgono anche loro il corpo e baciano le ferite in un gesto di riverenza. Giovanni, per giunta, tocca Gesù con mani velate, il che esprime la sua condizione di peccatore dinanzi al mistero della redenzione divina.

Per quanto riguarda Maria, la mano di Gesù ricopre metà del suo volto, come se il Figlio, al di là della morte, stesse consolando sua madre e asciugando le sue lacrime. Le due mani trafitte creano anche una sorta di collegamento tra Maria e Giovanni. La morte del Figlio crea qui un nuovo legame d’amore tra coloro che rimangono.

La particolarità sta però nella seconda e misteriosa donna dalla veste purpurea, che abbraccia il Crocefisso da dietro e si stringe a lui con espressione triste. Sovrasta Gesù ed esce chiaramente dalla cornice dell’immagine. Chi è quella donna, che appare anche in altre immagini del ciclo della Passione a Bominaco? Potrebbe trattarsi di una delle donne che poi si recano al sepolcro, le sante Mirofore, alle quali la liturgia ortodossa ha dedicato una festa propria? La donna dell’immagine sfiora la guancia di Gesù con gesto amorevole. Cerca anche di inalarne l’ultimo respiro. Secondo il vangelo di Giovanni, al momento della morte è giunta la sua “ora”. Egli viene elevato alla destra del Padre. Ma i seguaci si stringono al corpo senza vita e formano una comunità di amore. “Dio è amore”, dice Giovanni, e «chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1 Giovanni 4, 16). La Chiesa fissa questo mistero e cerca di coglierlo sempre più in profondità.

Abbiamo contemplato qui due raffigurazioni completamente diverse della deposizione. Sono al tempo stesso due interpretazioni dell’evento della redenzione, una più vicina alla tradizione dei vangeli sinottici, l’altra più legata al pensiero giovanneo. Entrambe, però, esprimono chiaramente come la vita, la Passione e la morte di Gesù siano state contraddistinte dal suo amore per gli uomini, che va oltre la sua morte sulla croce e continua a operare nella Chiesa.

di Winfried König

(L’articolo ci è stato segnalato dal prof. Francesco Ferruti)

Aggiornamento sul Premio “Francesco Bulgarini”

 

5 aprile 2020: è il 3235° anniversario di Tivoli e della sua mitica fondazione.

Tutto è pronto per la Cerimonia di premiazione del «Premio Bulgarini sulla storia di Tivoli», istituito dallo storico tiburtino cav. Francesco Bulgarini nel 1856 e ora ripristinato dopo quasi cinquant’anni dalla sua interruzione.

La Famiglia Bulgarini, di concerto con la Società Tiburtina di Storia e d’Arte, ha inteso ripristinare, dopo un’interruzione di quasi cinquant’anni e a partire dal corrente anno scolastico 2019/2020, questo storico progetto educativo e formativo a beneficio delle ragazze e ragazzi delle classi quinte delle scuole primarie del territorio comunale di Tivoli, ritenendo di fondamentale rilevanza il coinvolgimento delle nuove generazioni tiburtine e delle loro famiglie, in modo da alimentare nuovamente la conoscenza, l’orgoglio e la passione per la città e la sua storia.

Per l’A.S. 2019-20 hanno partecipato 276 studenti (tra alunne e alunni) delle Quinte classi “primarie” delle seguenti Scuole:

– Tivoli I (con 5 classi del plesso “Pertini” e “Don Nello Del Raso”)

– Tivoli II (con 5 classi della “Igino Giordani” e del “bivio di S. Polo”)

– Convitto Naz. “A. di Savoia” (con 4 classi)

– Scuola “Taddei” (con 1 classe).

Agli studenti che sono risultati vincitori, due per ogni classe partecipante al Premio, verranno conferite medaglie d’argento o bronzo, coniate come quelle antiche, con relativo diploma.

A tutti gli alunni delle classi partecipanti sarà inoltre consegnato il diploma nominativo di “Sostenitore del patrimonio storico, artistico e naturale di Tivoli”.

Ora, la cerimonia di premiazione, già ufficialmente fissata per giovedì 16 aprile 2020, alla presenza anche delle maggiori autorità cittadine, è rinviata a data da destinarsi.

Ma Tivoli è sopravvissuta per 3235 anni!

E saprà attendere, insieme a tutti noi, prossimi tempi migliori.

«Ad multos annos, Tibur!»

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Scheda: Arci (Via Empolitana-Fosso Empiglione), a cura di Zaccaria Mari

SCHEDA SCAVI ARCHEOLOGICI

Provincia: Roma

Comune: Castel Madama

Località: Arci (via Empolitana-fosso di Empiglione)

Tipologia: Acquedotto di età romana (Anio novus)

Descrizione:

                 Nella zona significativamente denominata “Arci”, fra Tivoli e Castel Madama, sulla via Empolitana, si trova uno dei più suggestivi “nodi” degli acquedotti antichi, paragonabile a quello di Tor Fiscale a Roma. Vi convergono, infatti, i quattro acquedotti provenienti dalla valle dell’Aniene, c.d. aniensi (Anio vetus 272-270 a.C., Aqua Marcia 144-140 a.C., Aqua Claudia e Anio novus 30-52 d.C.). In particolare nel Comune di Castel Madama l’Anio novus si scinde in due rami, uno dei quali corre lungo l’Empolitana in direzione di Tivoli, l’altro invece devia a Sud, scavalcando la via e il vicino fosso di Empiglione (fig. 1). Sono qui le arcate più imponenti, immortalate in foto storiche della fine ‘800 (fig. 2), che ancora oggi caratterizzano fortemente il paesaggio.

                 Nel 2014-15 la Soprintendenza è intervenuta a dirigere l’intervento, realizzato dalla proprietà, di ripulitura dalla vegetazione dell’intero tratto di acquedotto (lungh m 250) fra la via e il fosso e di sistemazione della strada campestre antistante, lungo la quale sono state collocate luci e piante ornamentali (fig. 3). A margine dell’Empolitana, ove gli archi sono crollati, si è riportata alla luce la base di un pilone costituita dall’originaria struttura di età claudia in opus quadratum, rifasciata con muratura laterizia (fig. 4). Il pilone fu demolito, per recuperare i blocchi di tufo e le grappe che li collegavano, forse già in epoca medioevale, quando questo ramo dell’acquedotto era definito “arco fulgurati” (documeto del 958). L’attiguo fornice che superava l’Empolitana antica (è incerto se nella sede della via attuale) doveva essere più ampio e monumentalizzato. La ripulitura del tratto seguente sino al fosso ha consentito di documentare lo stato di conservazione dell’acquedotto rispetto alle foto e ai rilevi Ashby di più di un secolo fa. La situazione è quasi invariata, ma urgono opere di consolidamento a causa soprattutto delle lesioni e del distacco delle masse murarie costruite in epoche diverse. Le tre arcate ancora in piedi e sormontate dallo speco (figg. 5-6), completamente ricostruite in laterizio sotto Adriano, sono le uniche che sono state oggetto di restauro (integrazioni alla base e cerchiature in ferro eseguite negli anni Trenta del ‘900). La bella cortina laterizia e le duplici ghiere degli archi risultano asportate quasi del tutto. Seguono i resti di vari piloni conservati per modesta altezza, ma alquanto interrati alla base, che presentano la struttura in blocchi interamente rifasciata; due di essi sono ancora collegati da bassi archi di un ordine inferiore ridotti al solo nucleo cementizio. Vicino al fosso due piloni hanno assunto il singolare aspetto di ambienti quadrati a causa della rimozione dei blocchi, di cui rimane netta l’impronta sul cementizio (fig. 7).

 

Bibliografia

 Th. Ashby, Gli acquedotti di Roma antica, Roma 1991 (traduz. di The Acqueducts of Ancient Rome, Oxford 1935), pp. 318-323, Z. Mari, Via Empolitana, km 3,800, acquedotto dell’Anio Novus, in Thomas Ashby. Un archeologo fotografa la Campagna Romana tra ‘800 e ‘900, Roma 1986, pp. 238-240, n. 199, J. Coste, Un insediamento del Tiburtino: Empiglione, “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte” 61, 1988, p. 152, F. Pompilio, Valle d’Empiglione, Fosso d’Empiglione, in I giganti dell’acqua. Acquedotti romani del Lazio nelle fotografie di Thomas Ashby (1892-1925), a cura di S. Le Pera, R. Turchetti, Roma 2007, pp. 172-177, nn. 2-3

 Passando il mouse sopra le foto appariranno le didascalie

 

 

Scheda: Mausoleo dei Plauzi (a cura di Zaccaria Mari)

SCHEDA SCAVI ARCHEOLOGICI

Provincia: Roma

Comune: Tivoli

Località: Via Maremmana Inferiore-Strada di Ponte Lucano

Tipologia: Mausoleo

Autore della scheda: Zaccaria Mari

 

Descrizione:

Sono iniziati nel marzo scorso i lavori di scavo e restauro del mausoleo dei Plauzi a Tivoli. Il monumento sepolcrale, il più famoso della Campagna Romana dopo quello di Cecilia Metella sulla via Appia, studiato dagli architetti sin dal XV secolo e rappresentato da molti vedutisti, si trova a valle dell’antica Tibur, sulla sponda sinistra dell’Aniene, a lato del c.d. ponte Lucano con cui la via Tiburtina supera il fiume (fig. 1). Il mausoleo, eretto in piena età augustea, si compone di due corpi: quello superiore cilindrico (diam. m 17,40, alt. cons. 12) in opera quadrata di travertino (il lapis Tiburtinus estratto nella vicina cava del Barco) con elegante bugnato piatto, suddiviso in due parti da una cornice aggettante, che forse terminava con un parapetto merlato o con copertura piana, e un corpo basamentale a forma di basso parallelepipedo quadrato (lato m 23,30, alt. 3,50 ca.), anch’esso rivestito di opera quadrata su un nucleo cementizio, oggi quasi completamente sepolto (fig. 2). Il mausoleo sorge, infatti, in un’area di esondazione, che già nei secoli scorsi vide notevolmente innalzato il letto del fiume, al punto che le arcate del ponte risultano interrate fino oltre l’imposta. Durante i secoli si è più volte tentato di preservare il monumento dagli straripamenti (ad esempio nel 1835 per opera dell’architetto L. Valadier), ma senza un vero successo. La costruzione nel 2004 dell’antiestetico muro in cemento (v. fig. 2), disconoscendo completamente le ragioni della tutela del bene culturale, ha invece mirato esclusivamente a salvaguardare l’edilizia e le attività, in parte abusive, dell’area circostante.

Nel corpo inferiore, accessibile da una porta architravata sul lato opposto alla Tiburtina, è ricavata la cella funeraria a pianta quadrata in opus reticulatum, con abside sul fondo, illuminata da due feritoie, costantemente invasa dall’acqua. Alla sommità del lato del basamento prospiciente la via Tiburtina si conserva un tratto del prospetto architettonico in travertino con nicchie ad arco e una centrale rettangolare, separate da semicolonne su un alto plinto e con capitello corinzio (figg. 3-4), che probabilmente girava tutt’intorno al corpo cilindrico. Nella parte alta del corpo cilindrico, verso la Tiburtina, è inserita l’iscrizione marmorea Corpus Inscriptionum Latinarum XV, 3606, di M. Plautius Silvanus (console nel 2 a.C. con Augusto), fondatore del mausoleo, e della moglie Lartia, cui corrispondono sul basamento la grande iscrizione 3605, di Plauzio Silvano, della moglie e del figlio M. Plautius Urgulanius, e la 3608, di Ti. Plautius Silvanus Aelianus, console nel 45 e nel 74 d.C., ancora inserite nel prospetto architettonico (fig. 5). Delle altre iscrizioni inserite nelle nicchie destinate ad accogliere i tituli funerari dei membri della gens senatoria dei Plautii Silvani, sepolti nel mausoleo durante tutto il I sec. d.C., è nota la 3607, di P. Plautius Pulcher, anch’egli figlio di M. Plauzio.

Il mausoleo venne forse utilizzato come baluardo a difesa del ponte già nel VI secolo durante la guerra greco-gotica, che ebbe in Tibur un importante caposaldo, ma solo in pieno Medioevo è citato come forte (anno 1141). Verso il 1465 fu trasformato in torrione mediante l’aggiunta del coronamento a sporto su archetti, con merli e camminamento interno, ove è inserito lo stemma di papa Paolo II (fig. 6). Buona parte del cilindro, quella rivolta verso Tivoli, ove in un momento imprecisato era iniziata la demolizione al fine di riutilizzare i materiali, è ricostruita con una solida muratura a scaglie di basalto (provenienti dai lastroni della pavimentazione della via Tiburtina), di travertino e di marmo.

Il corpo cilindrico presenta la parte inferiore piena, mentre quella superiore è vuota ed è stata interessata da pesanti interventi per il riuso medioevale e moderno, in particolare con l’erezione di quattro alti e grossi pilastri in muratura (uno è interamente crollato), che sorreggevano la copertura lignea raggiungibile per mezzo di scale anch’esse in legno.

Il progetto, elaborato dalla Soprintendenza e finanziato con la L. 23.12.2014, n. 190, per un importo di Euro 2.300.000,00, prevede: il restauro del corpo cilindrico (trattamento delle superfici in travertino, consolidamento e integrazione delle murature e del prospetto architettonico con le epigrafi), il recupero del vano superiore che si vuole rendere accessibile, la realizzazione di una copertura parzialmente praticabile onde consentire la periodica manutenzione e la fruizione del camminamento sommitale, lo scavo e il restauro del basamento, la sistemazione a parco archeologico-naturalistico dell’area circostante con entrata su via Maremmana Inferiore e vialetto di accesso che consenta di godere della vista sull’Aniene, così come si può ammirare negli acquerelli dell’Ottocento.

Ad oggi (agosto 2019) sono stati restaurati integralmente gli archetti con ghiera a mattoncini del coronamento (figg. 7-8) e parte della muratura del corpo cilindrico. È stato inoltre ripulito dalla vegetazione l’ambiente superiore, ove sono intervenute le prime novità. Sotto il moderno pavimento in mattoni sono stati intravisti due muri antichi in opus caementicium convergenti verso il centro che devono appartenere a un sistema a raggiera, come documentato in numerosi mausolei a tamburo di età tardo-repubblicana/primo-imperiale. La parte inferiore del corpo cilindrico quindi è sì piena, ma suddivisa dai setti murari in spicchi triangolari riempiti di scagliette; un sistema simile è utilizzato anche per collegare al corpo cilindrico quello basamentale.

La seconda importante novità riguarda l’attacco di volte in opera cementizia sul perimetro interno del corpo cilindrico; rasate dalla riutilizzazione moderna, appaiono come una successione di archi a tutto sesto (fig. 9). Accurati rilievi consentiranno di precisare l’articolazione del vano esistente in età antica, che sembrerebbe presupporre la presenza di un pilastro centrale. La ripulitura dalla vegetazione ha rimesso in luce anche molti elementi del riuso moderno: la struttura a base quadrata con porta trilitica, addossata al perimetro curvilineo, che conteneva la scala a chiocciola di legno per salire alla sommità (fig. 10), gli incassi per un’altra scala obliqua sullo stesso perimetro, gli incassi di soppalchi lignei sui pilastri, gli intonaci nel piano terra del vano su cui sono tracciati interessanti graffiti risalenti fino al XVIII secolo.

Il progetto prevede anche la messa in sicurezza della secentesca “Osteria del Ponte”, situata di fronte al mausoleo (v. figg. 1-2), in vista di un futuro recupero. Più in generale si auspica che i lavori in corso rappresentino anche l’occasione per coinvolgere soggetti con competenze diverse nel comune obiettivo di risolvere il problema delle inondazioni e di promuovere una sistemazione urbanistica che restituisca decoro e dignità a un sito per troppo tempo lasciato in abbandono.

Il progetto è seguito da Anna Paola Briganti (Responsabile unico del procedimento), Sergio Sgalambro (Direttore dei lavori), Zaccaria Mari (Direttore scientifico).

Periodici aggiornamenti sul prosieguo del cantiere saranno forniti su questo medesimo sito.

 

Le schede sono pubblicate sul sito del Ministero dei beni e della attività culturali e del turismo: Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale.

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Bibliografia

 

  1. Lolli Ghetti, Un documento ottocentesco sul Mausoleo dei Plautii a Ponte Lucano (Tivoli). Luigi Valadier e il rilievo del 1835 – Considerazioni e verifiche, in “Archeologia laziale” VII, 1, a cura di S. Quilici Gigli, Roma 1985, pp. 167-174, Z. Mari, Tibur, pars quarta, “Forma Italiae”, Firenze 1991, pp. 199-210, n. 128, S. Impeciati, Il Mausoleo dei Plauzi presso il Ponte Lucano a Tivoli. Il ponte, il mausoleo, l’antica osteria, con la collaborazione di D. Mascitti, Tivoli 2006, M. Cogotti, Tivoli. Paesaggio del Grand Tour, Roma 2014, pp. 36-39, R. Borgia, Catalogo della mostra “Le bellezze di Tivoli nelle immagini e negli scritti del Grand Tour – L’Acropoli con le cascate, il Santuario di Ercole Vincitore e il Mausoleo dei Plauzi, Tivoli 2017, pp. 200-216

 

 

Scheda: vicolo del Colonnato a Tivoli (a cura di Zaccaria Mari)

SCHEDA SCAVI ARCHEOLOGICI

Provincia: Roma

Comune: Tivoli

Località: Vicolo del Colonnato

Tipologia: Domus o villa

Autore della scheda: Zaccaria Mari

 

Durante la posa di una condotta idrica in vicolo del Colonnato, nel centro storico di Tivoli, sono state intercettate nel gennaio-febbraio 2018 le strutture di una domus o villa situata subito fuori dalle mura dell’antica Tibur (fig. 1). Lo scavo, condizionato dalla ristrettezza del vicolo (fig. 2), ha messo in luce un breve tratto di muro a grandi blocchi di tufo (fig. 3), forse reimpiegati proprio dal circuito murario o da uno dei tanti terrazzamenti in opera quadrata interni all’area urbana. Per contrastare l’umidità, i blocchi furono rivestiti con tegole su cui fu steso l’intonaco, dipinto in basso con una fascia nera e superiormente con una fascia rossa; frammenti rinvenuti nella terra di riempimento provano che più in alto si sviluppavano linee multicolori. In origine, anteriormente all’intonacatura, nel muro si apriva una porta dotata di soglia in travertino, che fu poi chiusa con blocchi di tufo anch’essi di riutilizzo.

L’elemento più interessante è il bel pavimento, perfettamente conservato, in cocciopesto decorato con tessere musive che dalla base del muro si estende sotto il vicolo e probabilmente prosegue anche oltre il muro di cinta del giardino di Villa d’Este (fig. 4). Le tessere musive, bianche e nere, formano due fasce parallele costituite di svastiche alternate a due quadrati inscritti l’uno nell’altro e bordate da una linea di singole tessere a colori alterni (fig. 5). La parte che rimane tra il muro e la prima fascia è punteggiata di tessere disposte alla rinfusa, mentre quella tra le due fasce presenta una fitta serie di crocette con resa bicroma alternata (fig. 6); una crocetta orna anche il centro dei doppi quadrati.

Se l’ambiente è molto grande, è probabile che al centro si sviluppi un ‘tappeto’ campito con l’iterazione di uno stesso motivo ornamentale (es. losanghe) o con un più elaborato disegno. Il pavimento rientra fra i tipi in uso nel II-I sec. a.C., documentati a Tivoli in edifici dell’area urbana e in villae del territorio, nell’ambito dei quali si segnala, però, per la ricchezza decorativa. Nell’interro è stato anche rinvenuto il frammento di un altro pavimento in cocciopesto decorato con scaglie di pietre colorate, databile alla stessa epoca. Le strutture rinvenute sono anch’esse attribuibili a un edificio privato, sicuramente una domus o una villa extraurbane impiantate sull’ameno pendio della c.d. “Valle gaudente” che alla metà del ‘500 ospitò il giardino di Villa d’Este.

Lo scavo è stato seguito e documentato da Marta Diberti.

Bibliografia

Inedito. Sui pavimenti in cocciopesto decorato: M. Grandi, Riflessioni sulla cronologia dei pavimenti cementizi con decorazione in tessere, in “Atti dell’VIIII Colloquio dell’AISCOM”, a cura di G. Guidobaldi, A. Paribeni, Ravenna 2001, pp. 71-86. Per la diffusione in area tiburtina: M.L. Morricone Matini, Mosaici antichi in Italia. Pavimenti di signino repubblicani di Roma e dintorni, Roma 1972, passim, C.F. Giuliani, Tibur, pars prima, “Forma Italiae” I, 7, Roma 1970, p. 83, n. 50

Le schede sono pubblicate sul sito del Ministero dei beni e della attività culturali e del turismo: Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale.

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