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L’Abbazia di S. Giovanni in Argentella: notizie storiche

La presenza di un’Abbazia benedettina presso Palombara Sabina è attestata in documenti del X secolo (privilegio di Benedetto VI del 973, bolla di Marino II del 994-995) relativi a questioni confinarie fra la Diocesi Tiburtina e quella Sabina, ma potrebbe riferirsi ad essa anche un atto del VIII secolo ove si cita un fundum Argenti aggregato alla Diocesi Tiburtina.
Accanto alla chiesa si conservano strutture edilizie di epoca romana, che, insieme allo speco di captazione di una sorgente, indussero i Benedettini a scegliere quel sito. Il toponimo “Argentella” fu originato probabilmente dai riflessi argentei delle numerose laminazioni prodotte dall’acqua che sgorga nella valle.
Il monastero rivestì in età medioevale un ruolo importante per l’organizzazione del territorio circonvicino; i suoi possedimenti, infatti, abbracciavano un’area che coincide grosso modo con quella dell’odierno Comune di Palombara Sabina.
Nell’XI secolo il potere espansionistico della famiglia dei Crescenzi Ottaviani entrò in conflitto con l’istituzione monastica fino a ritrovare un mediato equilibrio grazie all’intervento papale. È emblematico un documento del 1111 che vede la restituzione ai monaci di vaste terre usurpate dal Conte Ottaviano, signore di Palombara.
Fra l’XI e il XII secolo il primitivo edificio di culto venne sostituito dall’attuale chiesa romanica a tre navate absidate. La ricostruzione romanica, che previde un nuovo campanile, uno spazio porticato davanti alla facciata riproponente lo stesso soggetto iconografico del S. Pietro costantiniano, un chiostro e ambienti cenobitici intorno, può ritenersi conclusa nel 1170, anno a cui risale l’iconostasi cosmatesca del marmorario Centurius. Il periodo di splendore della comunità benedettina, tuttavia, non durò a lungo e nel 1283 l’ultimo abate, Jacopo, si trasferì per volere di Martino IV nella chiesa romana di S. Saba.
Nel 1284 l’abbazia fu affidata ai Guglielmiti che vi rimasero fino al 1445. Costoro apportarono numerose modifiche all’impianto abbaziale, trasformando l’avancorpo e realizzando, nella navata destra, la cappella di S. Guglielmo. Significativo per l’alto valore storico è il ciclo di affreschi della vita di S. Guglielmo, dipinti seguendo il testo della vita del Santo redatta nel XIII secolo dal monaco Thebaldo.
Nella chiesa si conserva un ciborio originale in stucco decorato con motivi viminei ad intreccio e con capitelli corinzi anch’essi in stucco, che da sempre è stato oggetto di controverse datazioni.
La chiesa dopo il 1445 è stata per un periodo sotto la cura dei Francescani del vicino convento di S. Francesco, poi per anni è caduta in abbandono. La “riscoperta” si deve al pittore bolognese Enea Monti, il quale rimase stregato dalla bellezza del monumento e si impegnò fino alla morte per recuperarlo. Grazie alla sua opera e al suo interessamento si arrivò il 10 giugno 1900 all’emanazione del Regio Decreto n. 293 con cui l’Abbazia di S. Giovanni in Argentella fu dichiarata Monumento Nazionale.

Foto 1 – Abbazia di S. Giovanni in Argentella – zona absidale
Foto 2 – Abbazia di S. Giovanni in Argentella – resti del convento
Foto 3 – Abbazia di S. Giovanni in Argentella – ingresso
Foto 4 – Abbazia di S. Giovanni in Argentella – la sorgente
Foto 5 – Abbazia di S. Giovanni in Argentella – particolare del sarcofago con i leoni

Le mostre dedicate a Piranesi nel III centenario della nascita

(di F.F.)

Alcune città italiane hanno organizzato importanti mostre per celebrare il terzo centenario della nascita di Piranesi (fig. 1).
I Musei Civici di Bassano del Grappa ospitano fino al 19 ottobre prossimo, nelle sale di Palazzo Sturm, un’esposizione dal titolo “Giambattista Piranesi. Architetto senza tempo”, che propone ai visitatori l’intero patrimonio grafico dell’incisore posseduto dalle raccolte bassanesi. Il catalogo, che reca lo stesso titolo, è stato curato da Pierluigi Panza, giornalista, scrittore e critico d’arte, esperto dell’opera piranesiana, e da Chiara Casarin, che dal 2016 è direttrice dei Musei Civici di Bassano e, dal gennaio scorso, anche del Museo Canova di Possagno. Nel saggio introduttivo del catalogo, pubblicato da Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2020, la stessa Casarin, forte della sua duplice esperienza, si sofferma proprio sulle analogie e le differenze tra Piranesi e Canova. Entrambi erano convinti della perfezione inarrivabile raggiunta dall’arte classica, da assumere perciò come maestra e modello per gli artisti di ogni tempo, ma in due accezioni diverse: Canova fa rivivere l’arte antica nelle sue sculture, Piranesi la ripropone nelle sue incisioni, segnandola però con lo scorrere inesorabile del tempo. Questo gli consente anche di creare composizioni originali, come i vasi e candelabri all’antica, fantasiosi assemblaggi di pezzi originali o dovuti alla creatività dell’autore, che li vendeva ai visitatori inglesi per le loro ville di campagna, come riferisce Panza nel suo contributo su I Piranesi e il Veneto: dei non “serenissimi” rapporti. Luca Massimo Barbero (Giambattista Piranesi alla Fondazione Giorgio Cini) ricorda invece le collezioni delle incisioni piranesiane conservate nella Fondazione veneziana, dove sono state oggetto di una fondamentale mostra nel 2010 (Le arti di Piranesi. Architetto, incisore, antiquario, vedutista, designer). In quell’occasione il milanese Gabriele Basilico (1944-2013), considerato il fotografo di paesaggi urbani più noto nel mondo, fu incaricato di fotografare i luoghi che erano stati raffigurati da Piranesi nelle famose Vedute di Roma e nelle Différentes vues de Pesto, vale a dire Roma, Tivoli e Paestum, per individuare le differenze prodotte dallo scorrere del tempo e il diverso approccio ai soggetti da parte dell’incisore settecentesco e del fotografo contemporaneo. Tra le incisioni riguardanti Villa Adriana il catalogo riproduce quella con gli Avanzi del Tempio del Dio Canopo, cioè del “Serapeo”, che fu particolarmente cara a Marguerite Yourcenar. La veduta piranesiana viene messa a confronto con la foto scattata da Basilico nel 2010, quando già da tempo erano state risollevate le colonne ioniche davanti all’esedra del Serapeo. Il Museo di Bassano conserva anche la tavola con il Catalogo delle opere date finora alla luce da Gio. Battista Piranesi…, con i relativi prezzi di vendita, testimonianza dell’importanza che l’incisore attribuì sempre alle ricadute economiche della sua attività, tanto da essere accusato di venalità. Tra le incisioni comprese nelle Vedute di Roma compaiono anche quelle di soggetto tiburtino, come le tre che riguardano il Tempio della Sibilla (fig. 2). Le altre raffigurano la “Villa di Mecenate” (tre vedute), il “Ponte Lugano” (sic), il “Tempio della Tosse” (all’esterno e all’interno), la Cascata Vecchia e le Cascatelle, Villa d’Este (fig. 3) e il “Tempio di Apollo” a Villa Adriana, della quale vengono rappresentati anche il Padiglione di Tempe e il Pecile. Chiude il catalogo la serie delle Carceri d’invenzione, pubblicata per la prima volta nel 1748, che viene tradizionalmente ritenuta una denuncia dei metodi dell’Inquisizione. Non bisogna però dimenticare che Piranesi doveva avere ben presenti gli orrori delle prigioni veneziane (i Pozzi e i Piombi) e che, secondo un’acuta intuizione di Federico Zeri, l’incisore potrebbe essersi richiamato anche all’Inferno di Dante.
Lo stesso Luca Massimo Barbero, direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Giorgio Cini, ha curato la mostra “Piranesi Roma Basilico”, che resterà aperta a Venezia, nella Galleria di Palazzo Cini a San Vio, fino al prossimo 23 novembre. Sono esposte 25 stampe originali dell’incisore veneziano, che vengono messe a confronto con le vedute degli stessi luoghi fotografati da Gabriele Basilico per la mostra organizzata sempre dalla Fondazione Cini nel 2010, alla quale abbiamo già accennato a proposito dell’esposizione di Bassano.
Si annuncia infine come un grande evento culturale la mostra “Giambattista Piranesi. Sognare il sogno impossibile”, che si svolgerà all’Istituto centrale per la grafica, con sede in Palazzo Poli alla Fontana di Trevi, dal 15 ottobre 2020 al 31 gennaio 2021. L’Istituto possiede infatti tutte le matrici calcografiche incise da Piranesi e dai suoi allievi, che furono acquistate dall’editore parigino Firmin Didot nel 1838, per volontà di papa Gregorio XVI, cui spetta il merito di aver fatto costruire da Giuseppe Valadier il palazzo della Calcografia camerale, della quale l’odierno Istituto costituisce il continuatore. Il Fondo di matrici Piranesi rappresenta una delle sue raccolte più importanti, alle quali si aggiungono alcune serie particolarmente pregiate, che appartengono al Gabinetto dei disegni e delle stampe. Nella mostra saranno esposti anche disegni piranesiani provenienti dalla Galleria degli Uffizi, nonché dipinti e pezzi archeologici, come le repliche di antichità conservate nella Reale Accademia di Belle Arti di San Fernando a Madrid. In questo modo si delineerà a tutto tondo la personalità dell’artista veneziano, che non fu soltanto incisore ma anche archeologo, architetto, decoratore, mercante.
La mostra sarà articolata nelle seguenti sezioni:
• I Capricci e le Carceri, architetture fantastiche del primo periodo.
• Le Antichità Romane e il Campo Marzio.
• Piranesi designer: camini, vasi e candelabri.
• Le Vedute di Roma e dei dintorni (che comprenderanno sicuramente quelle di Tivoli e Villa Adriana).
• Vedute di Paestum.
Un’apposita sezione sarà poi dedicata alla tecnica incisoria di Piranesi, con particolare riferimento alle matrici delle Carceri, e alle opere di artisti contemporanei, come Michelangelo Pistoletto, in cui si avverte il retaggio dell’eredità piranesiana, che sarà attualizzata anche con la pubblicazione di un volume multimediale e di una graphic novel (romanzo grafico) dedicati all’incisore veneziano. Quest’ultima, dovuta al noto fumettista Ratigher, avrà come protagonista proprio Piranesi e sarà ambientata al Colosseo.
In passato la nostra città ha dedicato due mostre a Piranesi, che sono state ospitate entrambe nelle sale di Villa d’Este: la prima, dal titolo “Piranesi 1720-1778: le vedute di Tivoli”, si è svolta nel 1984, a cura di Edgar Alegre e Antonio Ruta Amodio; la seconda, intitolata “Piranesi. Vedute e antichità di Tivoli”, si è tenuta nel 1996 ed è stata accompagnata da un ponderoso catalogo, curato da Vincenzo Conti. Anche nella mostra “Le bellezze di Tivoli nelle immagini e negli scritti del Grand Tour”, allestita nel Museo della Città dal 17 dicembre 2016 al 31 ottobre 2017, le incisioni piranesiane hanno avuto una parte considerevole, come si può vedere nel relativo catalogo, redatto da Roberto Borgia. La mostra del 1996 aveva previsto anche la predisposizione di un “Percorso Piranesiano”, articolato in due itinerari: uno riguardante la città di Tivoli e i suoi immediati dintorni, fino al Tempio della Tosse e al mausoleo dei Plauzi, l’altro svolgentesi all’interno di Villa Adriana. In occasione dell’attuale centenario piranesiano, i due itinerari del 1996 saranno fusi in un unico “Percorso Piranesi”, che partirà da Villa d’Este e, attraverso il centro cittadino con i templi dell’acropoli, seguirà l’antica via Tiburtina fino al Tempio della Tosse e a Villa Adriana. L’iniziativa è volta a celebrare i vent’anni dell’iscrizione delle due ville nella Lista UNESCO del patrimonio mondiale dell’umanità, avvenuta per Villa Adriana nel 1999 e per Villa d’Este nel 2001. A questo proposito sarebbe auspicabile che si riprendesse in considerazione l’idea di avanzare la candidatura a sito UNESCO della Villa Gregoriana o, meglio ancora, di tutto il costone che limita a nord la città di Tivoli, comprendente numerosi luoghi e monumenti più volte raffigurati da Piranesi nelle sue incisioni: i templi dell’acropoli, le cascatelle e il santuario d’Ercole Vincitore.
Allargando il quadro delle iniziative a livello europeo, segnaliamo che il British Museum aveva annunciato l’apertura di una mostra su “Piranesi drawings: visions of antiquity”, che è stata rinviata al 2021 a causa della pandemia. È prevista invece per il 4 ottobre prossimo l’inaugurazione della mostra “Das Piranesi-Prinzip”, che si terrà nella Kunstbibliothek di Berlino fino al 7 febbraio 2021 e sarà incentrata sulle incisioni, i libri, gli opuscoli polemici, le illustrazioni satiriche dell’incisore, provenienti dalle collezioni della stessa Kunstbibliothek (Biblioteca d’arte) e del Kupferstichkabinett (Gabinetto delle incisioni su rame), con materiali che in alcuni casi saranno esposti per la prima volta. La mostra, organizzata dagli Staatliche Museen zu Berlin e dalla Humboldt-Universität zu Berlin, sarà divisa in cinque sezioni, che riguarderanno le seguenti tematiche:
La Roma di Piranesi.
La scena di Piranesi, che studierà l’influenza del teatro sulle Vedute e sulle Carceri.
Il laboratorio di Piranesi, con riferimento all’attività della sua bottega.
Il palazzo di Piranesi, che riguarderà il Palazzo Tomati presso la scalinata della Trinità dei Monti, dove l’incisore risiedette dal 1761 alla morte, collocandovi la sua bottega e il “Museo” in cui esponeva gli oggetti antichi e quelli che lui stesso aveva ricreato, mettendoli poi in vendita.
L’arena di Piranesi, dove l’artista sarà presentato come una figura polarizzante sulla scena artistica internazionale.
Rimanendo nell’ambito europeo, ricordiamo infine che negli “Atti e Memorie” del 1996, pp. 280-281, avevamo segnalato il Convegno del 1979 su Piranesi e la cultura antiquaria, i cui “Atti”, pubblicati nel 1983, contenevano interessanti riferimenti a Villa Adriana, presenti nei contributi di Henri Lavagne (Piranèse archéologue à la Villa d’Hadrien), Jonathan Scott (Some sculpture from Hadrian’s Villa, Tivoli) e Maria Grazia Messina (Piranesi: l’ornato e il gusto egizio, con accenni alle opere di stile egittizzante rinvenute nella villa).

Fig. 1. Ritratto postumo di Piranesi eseguito nel 1779 da Pietro Labruzzi
Fig. 2. “Veduta del tempio della Sibilla in Tivoli” (1761)
Fig. 3. “Veduta della Villa Est[e]nse in Tivoli” (1773)

Giovanni Battista Piranesi

(di V.G.P.)

La Società Tiburtina di Storia e d’Arte onora, nel 300° anniversario della nascita, avvenuta a Venezia il 4 ottobre 1720, Giovanni Battista Piranesi.
Vittorio Emanuele Giuntella nell’appendice Cronologia della città di Roma e Annali topografici del Settecento del suo volume Roma nel Settecento (Roma, 1971), segnala che Piranesi giunge, ventenne a Roma, come disegnatore dell’ambasciata di Venezia. Si stabilisce definitivamente nella città nel 1745.
6 anni più tardi presenta il lavoro, in 2 volumi, Le magnificenze di Roma le più rimarcabili consistenti in gran numero di stampe nelle quali vengono rappresentate le più cospicue fabbriche di Roma moderna e le rimaste dell’antica, anche quelle, che sparse sono per l’Italia, con l’aggiunta ancora di molte invenzioni di prospettiva sulla maniera degli antichi romani, come anche di molti capricci di carceri sotterranee … delineate, inventate ed incise da Giambattista Piranesi, e raccolte da Giovanni Bouchard .
Nella lunga “voce” (pp. 151 – 159) dell’ 84° volume del Dizionario biografico degli italiani, imprescindibile e pietra miliare degli studi relativi al veneziano, apparso nel 2015, Mario Bevilacqua segnala – dato fondamentale per noi tiburtini – che “Impegnato nello studio sistematico delle antichità romane, nel 1741 appose firma e data sulla volta di un criptoportico di villa Adriana presso Tivoli, luogo che in seguito si sarebbe rivelato per la sua maturazione dell’idea di magnificenza dell’architettura romana (il rilievo analitico della villa fu la sua ultima opera, pubblicata postuma dal figlio Francesco nel 1781).
Bevilacqua aggiunge che “dalla metà degli anni Quaranta, Piranesi iniziò ad incidere le Grandi Vedute di Roma, serie che avrebbe continuato ad arricchire includendovi anche tavole con monumenti esterni alla città (via Appia, Tivoli e Benevento”.
Scompare, dopo una breve malattia, il 9 novembre 1778 e viene sepolto nella chiesa di S. Maria del Priorato sull’Aventino, con la statua del defunto eseguita da Giuseppe Angelini su commissione della famiglia e il grande candelabro marmoreo predisposto dall’artista per la propria sepoltura almeno fino al 1770 (confiscato da Napoleone, oggi è al Louvre).
Per l’attenzione goduta nei nostri anni sul piano internazionale v. J.A. PINTO, Piranesi at Hadrian’s villa, in Studies in the History of art , XLIII (1993), pp. 464 – 477.

Chiusura della Mostra “Lapis Tiburtinus”

Il presidente onorario della Società Tiburtina di Storia e dʼArte prof. Cairoli Fulvio Giuliani, il vice presidente prof. Roberto Borgia e il consigliere dott. Zaccaria Mari sono intervenuti nell’ex Chiesa dell’Annunziata a Tivoli, insieme ad un folto numero di soci, alla “Giornata del travertino”, che si è svolta venerdì 25 settembre 2020 in occasione della presentazione della ristampa del volume “Lapis Tiburtinus”. La lunga storia del travertino”, edito in occasione della Mostra omonima, che si è svolta nel Museo della città dal mese di maggio 2019 al mese di settembre 2020. Nell’occasione vi sono stati interventi del Sindaco di Tivoli, prof. Giuseppe Proietti, dei curatori della Mostra dott.ssa Maria Antonietta Tomei e Fabrizio Mariotti, del prof. Fausto Zevi, già docente di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana all’Università di Roma “La Sapienza”, che ha illustrato i vari contributi presenti nel Catalogo. Alla fine nel suo intervento il dott. Zaccaria Mari ha posto in evidenza la necessità di tutelare, dopo il recente vincolo monumentale sul Casale del Barco, quanto rimane della cava romana, soprattutto il c.d. “Montarozzo del Barco”, il fronte meridionale verso l’Aniene e la Casaccia del Barco includente il Mausoleo di Claudio Liberale.

Scheda: Abside della basilica del Foro di Tibur

Abside della basilica del Foro di Tibur

TIVOLI – Piazza del Duomo

di Zaccaria Mari

I recenti lavori di restauro nel Duomo di S. Lorenzo a Tivoli (fig. 1), durante i quali la Soprintendenza ha svolto l’Alta sorveglianza, hanno previsto anche un’indagine archeologica nell’abside di età romana retrostante quella della chiesa secentesca che sorge nell’area del Foro dell’antica Tibur (fig. 2).
L’abside del Duomo fu costruita a m 3 ca. da quella romana, che si addossa sul pendio collinare, al fine di lasciare un’intercapedine semicircolare in grado di mettere al riparo l’edificio ecclesiale dall’umidità. La cattedrale dell’XI-XII secolo, infatti, che riutilizzava per intero l’abside antica (alla sommità si conservano resti del catino medioevale), era soggetta a continue infiltrazioni d’acqua, al punto che si decise di demolirla e di innalzare nel 1635, per volere del card. Giulio Roma, una costruzione completamente nuova.
L’abside antica, rivestita in opus incertum di calcare tendente al quasi reticulatum, databile alla prima metà del I sec. a.C., ha un diametro di m 15,60 e si erge per un’altezza di m 6,50 fino a una semplice cornice in travertino forse di epoca medioevale o riadattata in tale epoca (fig. 3). Al centro della curva si apre una bella nicchia rettangolare (m 1,20 x 0,80, alt. 3,35) con soglia, stipiti e architrave in blocchi di travertino, il cui aspetto originario è ricostruibile, grazie alle tracce di stucco, con lesene laterali, fascia per il fregio sopra l’architrave e cornice sommitale (fig. 4). All’estremità sinistra aggetta leggermente un pilastro, anch’esso in blocchi di travertino (fig. 5).
Il Giuliani, autore del principale contributo sull’area forense, ritiene che l’abside appartenga al lato di fondo di un edificio rettangolare largo m 24,80, di cui sono visibili anche resti del lato lungo settentrionale, inglobati nella sacrestia del Duomo. Secondo lo studioso l’edificio, la cui nicchia doveva contenere una statua, era una quinta scenografica che, in un’area scoperta, delimitava il limite Nord-Est del Foro e sosteneva nello stesso tempo il declivio. In subordine non viene esclusa l’ipotesi del Carducci, il quale riferisce invece l’abside alla basilica forense; anche in questo caso, comunque, essa sarebbe stata priva di copertura.
Del 2008 è lo studio di C. Cioffi che attribuisce senz’altro l’abside alla basilica forense, apportando anche novità per la conoscenza della sua struttura, tra cui un pilastro sporgente all’estremità destra analogo a quello sul lato opposto (figg. 6-7). Del 2010 è, infine, lo studio di A. Cicogna che aggiunge, a sua volta, ulteriori dati circa le strutture romane (fig. 8).
Alla ricostruzione dell’aspetto della chiesa medioevale, completamente cancellata dall’intervento secentesco (si salvò solo il campanile ancora oggi esistente), è dedicato il contributo di M. Vendittelli, che ricostruisce una basilica a tre navate separate da dieci grandi colonne per lato e con un’unica abside sul fondo, corrispondente a quella antica (figg. 9-10). Le colonne erano in travertino, con fusto a scanalature piatte separate da listelli (tipo ionico) e capitelli corinzi.
L’indagine archeologica, programmata inizialmente in tre sondaggi, uno al centro e due alle estremità dell’abside finalizzati soprattutto a ricercare tracce della decorazione e la quota del pavimento, è stata ridotta per motivi logistici ad un solo sondaggio (luglio-settembre 2018), tuttavia più grande (m 3 x 2 ca.), localizzato all’estremità sinistra presso il pilastro a blocchi di travertino (fig. 11. Il punto è stato scelto perché l’acciottolato secentesco era stato distrutto dall’inserimento di un fognolo. Subito sotto il pavimento in cemento è affiorato sulla parete in opus incertum l’intonaco, privo però della pellicola pittorica nella parte alta, in coincidenza con un riempimento costituito di detriti edilizi attribuibili all’epoca della costruzione dell’abside secentesca (fig. 12). Approfondendo lo scavo, l’intonaco ha iniziato a mostrare la pittura, ma è apparso tagliato orizzontalmente per incassare due spesse lastre di spoglio in marmo bianco (fig. 13), che formano la copertura di una tomba a fossa rettangolare (m 1,40 x 0,80) addossata alla parete, costruita con mattoni bessali antichi sovrapposti a secco (fig. 14). La tomba, probabilmente di infante o contenente ossa ristrette, presentava sul fondo uno strato terroso e, per la precarietà dei muri in mattoni, non è stata scavata (fig. 15). Per realizzarla era stata praticata una fossa molto più ampia in un pavimento a grandi tessere marmoree grossolanamente squadrate, allettato su uno spesso strato di malta, riferibile al pavimento di un edificio ecclesiale pre-romanico.
Lo scavo è stato quindi approfondito al di sotto della quota del pavimento sui due lati della tomba, rivelando un riempimento del tutto diverso da quello superiore, costituito essenzialmente di materiali pertinenti all’abside in opus incertum, ma anche di altra provenienza: pietre calcaree del muro e pezzi di intonaco dipinto dell’abside stessa, frammenti di lastre marmoree, di vasi ceramici, di antefisse e lastre decorative in terracotta. Ossa umane sparse denotavano la presenza di altre tombe sconvolte dall’impianto del cantiere secentesco.
I materiali erano misti a sabbione, tipico del sottosuolo di Tivoli, su cui è costruita l’abside romana. All’interno e ai lati della tomba l’intonaco antico conserva in discreto stato la pittura simulante un rivestimento a grandi lastre di marmo brecciato (largh. cm 136), alternate a fasce verticali (largh. cm 27) di colore rosso, su uno zoccolo continuo (alt. cm 35) di colore nero, appartenente sicuramente alla decorazione originaria dell’abside. L’intonaco giunge fino alla risega di fondazione dell’abside (a –m 1.18 dal piano di calpestio attuale), che, purtroppo, nei tratti ai lati della tomba non ha rivelato tracce del pavimento, evidentemente asportato (figg. 16-17). Di notevole interesse anche il rinvenimento della base del pilastro a blocchi di travertino con modanatura di tipo ionico in stucco bianco su alto plinto (fig. 18).
In conclusione il sondaggio, anche se di piccole dimensioni, ha fornito nuovi importanti dati per la conoscenza e la funzione dell’abside antica: la sua altezza fino all’imposta del catino (m 7,70 ca.), la conformazione della base del pilastro a blocchi e la decorazione dipinta. Quest’ultima rientra nel c.d. “II stile pompeiano” (I sec. a.C.), che articola ancora la zona inferiore della parete in rettangoli marmoreggiati separati da lesene, tipici del maturo “I stile”, ma destina quella superiore a sistemi decorativi più complessi in cui fanno la loro comparsa imitazioni di architetture.
Resta il rammarico di non aver rinvenuto alcun resto del pavimento, che può essere stato in marmo o mosaico, ciò che spiegherebbe anche la sua asportazione. Soprattutto l’intonaco dipinto induce a pensare che l’abside non facesse parte di un’area scoperta, bensì di un edificio coperto. Di notevole interesse è anche il pavimento a cubetti marmorei che per la fattura irregolare non sembrano attribuibili al pavimento cosmatesco della cattedrale romanica, bensì a una chiesa alto-medioevale, per la quale non si esclude un’origine ancora più antica e quindi l’identificazione con la cattedrale paleocristiana di IV-V secolo (Ferruti 2020 e c.s.). Probabilmente il tessellato non venne sostituito dal nuovo pavimento cosmatesco per la sua posizione limitanea. La tomba invece potrebbe appartenere proprio alla fase di pieno Medioevo, quando, apprendiamo dalle fonti, il pavimento cosmatesco era devastato e reso sconnesso dalle numerose sepolture.
Dopo lo scavo i resti, stante la difficoltà di realizzare una copertura per lasciarli in vista, sono stati protetti e reinterrati (anno 2020).

Bibliografia

C. Carducci, Tibur (Tivoli), Regio IV. Sabini et Samnium (Italia romana: municipi e colonie), Roma 1940, pp. 50-51; C.F. Giuliani, Tibur, pars prima, “Forma Italiae” I, 7, Roma 1970, pp. 59-62, n. 3; M. Vendittelli, Testimonianze sulla cattedrale di Tivoli nel medioevo, “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte” 57, 1984, pp. 73-114; C. Pierattini, La cattedrale di San Lorenzo a Tivoli, in Cattedrali nel Lazio (Lunario Romano XVI), Roma 1987, pp. 121-140; C. Cioffi, Il Foro di Tivoli. Lo stato attuale delle conoscenze alla luce delle ultime acquisizioni, “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte” 81, 2, 2008, pp. 104-11; F. Ferruti, La cattedrale di San Lorenzo a Tivoli: espressione della storia di un popolo, in “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte” 81, 2008, 2, pp. 135-148; A. Cicogna, La cattedrale di Tivoli: nuovi dati sulla conoscenza del monumento, “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte” 83, 2010, pp. 177-207; Z. Mari, Tecniche murarie a Tibur e nell’area tiburtina in epoca tardo-repubblicana, in Tecniche costruttive del tardo ellenismo nel Lazio e in Campania, a cura di F.M. Cifarelli (Atti del Convegno 2011), Roma 2013, p. 30; F. Ferruti, Tivoli nel Medioevo, in Tivoli. Tremila anni di storia, Tivoli 2020, pp. 64-65; Z. Mari, F. Ferruti, Tivoli nell’alto Medioevo, in Città e territorio: il Lazio medievale. Urbanistica e architetture nei centri di Diocesi tra tardo antico e altomedioevo (Atti del convegno, Segni 2016), a cura di F. Colaiacomo, c.s.

Fig. 1. Il Duomo
Fig. 2. Carta archeologica dell’area forense (n. 2 – da Giuliani 1970)
Fig. 3. L’abside antica
Fig. 4. Nicchia dell’abside
Fig. 5. L’abside antica
Fig. 6. Abside: pianta (da Cioffi 2008 su rilievo Giuliani 1970)
Fig. 7. Abside: pianta (da Cioffi 2008)
Fig. 8. Pianta del Duomo (da Cicogna 2010)
Fig. 9. Pianta con il perimetro del Duomo secentesco e quello ricostruito della basilica medioevale (da Vendittelli 1984)
Fig. 10. Ricostruzione della pianta della basilica medioevale in base a una descrizione del 1581 (da Vendittelli 1984)
Fig. 11. Pianta del sondaggio di scavo
Fig. 12. Sondaggio di scavo
Fig. 13. Sondaggio di scavo
Fig. 14. Sondaggio di scavo
Fig. 15. Tomba
Fig. 16. Il sondaggio nella fase finale
Fig. 17. Decorazione pittorica
Fig. 18. Base del pilastro

Scheda: Vestibolo monumentale denominato “Tempio della Tosse”

Vestibolo monumentale denominato “Tempio della Tosse”

TIVOLI – Via degli Orti

Zaccaria Mari

Il c.d. “Tempio della Tosse” è un noto edificio tardo-antico assai ben conservato, di proprietà statale, disegnato e descritto sin dal Rinascimento (P. Ligorio, G. da Sangallo, S. Peruzzi), situato a valle del centro storico di Tivoli, lungo via degli Orti, il tratto in salita della via Tiburtina denominato Clivus Tiburtinus (fig. 1). È accostato al lato Sud della strada e spicca, con la sua possente mole coperta a cupola, in uno storico paesaggio di orti e frutteti, che purtroppo appare sempre più aggredito da un abusivismo strisciante e dalla sostituzione dei vecchi muri di cinta con squallide recinzioni (fig. 2).

Il monumento sorge infossato nel mezzo di un’area circolare sostenuta da archi inclinati, realizzati nel 1894, quando, dopo l’esproprio, venne isolato e restaurato. Oggetto negli anni scorsi di un intervento di consolidamento dell’estradosso della cupola, sarà presto interessato da nuovi lavori di restauro e manutenzione ad opera della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale.

L’area è sottoposta a vincolo archeologico, ex Lege 1089/01.06.1939, con D.M. del 28.03.1966.

La rotonda (diam. max. m 17; fig. 3) ha l’anello esterno interrotto da due prospetti rettilinei, in ciascuno dei quali si apre un ingresso. Quello sul Clivo Tiburtino, il principale, molto ampio, ha soglia e architrave marmorei; nel Medioevo gli fu addossato un protiro con volticina a tutto sesto, integro ancora agli inizi del Novecento (v. fig. 11), ma oggi in parte crollato, pertinente alla trasformazione in chiesa. L’ingresso sul lato opposto è invece ad arco (fig. 4). L’arioso ambiente circolare (diam. m 12,45, alt. 15,50) è suddiviso in due ordini (figg. 5-6). L’inferiore comprende due nicchie rettangolari coperte a botte in corrispondenza degli ingressi; altre due, molto più profonde e aggettanti dal muro esterno, anch’esse a botte, si aprono sull’asse ortogonale. Negli spazi intermedi sono collocate quattro absidiole. Le nicchie aggettanti hanno la parete di fondo mossa da tre piccole scansie, una centrale curva e due laterali rettangolari (fig. 7). L’ordine superiore è finestrato: sette ampie finestre ad arco ribassato si aprono all’interno di altrettanti nicchioni ricavati nello spesso muro curvilineo: quattro semicircolari sopra le absidiole e tre rettangolari sopra le nicchie sporgenti e l’ingresso posteriore.

La cupola emisferica, dotata di un oculus centrale, è in opus caementicium rinforzato verso il cervello da nervature meridiane in laterizio (fig. 8), presenti anche nelle volte delle nicchie. L’imposta esterna è rialzata rispetto a quella interna e sottolineata da mensole di travertino che sorreggevano una cornice laterizia oggi del tutto mancante. Sull’estradosso corrono tre alti gradini interrotti da quattro scalette disposte a croce, che in superficie sono frutto di restauro, ragion per cui la loro antichità è stata revocata in dubbio; essi, tuttavia, compaiono già nelle raffigurazioni di G. Battista Piranesi (1763) (fig. 9) e L. Rossini (1826) (fig. 10) e sono citati nelle vecchie descrizioni. Va osservato, inoltre, che lo sfalsamento delle imposte e i tre gradini sono accorgimenti statici utili a contrastare la spinta della calotta.

La costruzione è interamente rivestita in opus vittatum, costituito da un filare di tufelli o blocchetti calcarei e tre ricorsi di mattoni (in genere di reimpiego) con belle ghiere laterizie intorno agli archi. Questa tecnica muraria e l’architettura, confrontabile con altri edifici a pianta centrale di epoca avanzata, orientano la datazione verso il IV-inizi V secolo.

Risulta dai documenti di archivio che i restauri del 1894 alla cortina muraria, agli stipiti e alle ghiere degli archi del vano interno furono interrotti, in quanto eseguiti con scarso rigore.

Varie ipotesi sono state prospettate sulla destinazione: tralasciando la più fantasiosa avanzata degli scrittori locali che vi videro un tempio, quella del Nibby che lo volle un oratorio cristiano eretto dai Bizantini dopo la guerra greco-gotica e anche quella che vi riconosce un ninfeo, cui ostano l’architettura e la posizione, ha avuto maggiore fortuna l’identificazione con un sepolcro, sul tipo dei mausolei circolari ampiamente diffusi nel IV secolo, come quello di Elena (“Tor Pignattara”) sulla via Labicana. A questa interpretazione si oppongono, però, il doppio ingresso e le numerose finestre, quindi senza dubbio non può ritenersi il sepolcro della gens Turcia, come vuole il Rivoira in base all’epigrafe (CIL XIV, 3582) inerente la riduzione “in planitiem” del Clivo Tiburtino, rinvenuta nel 1735 lungo via degli Orti e ivi rialzata: il corrector Flaminiae et Piceni L. Turcius Secundus Asterius, infatti, fu soltanto il curatore dei lavori stradali deliberati dal senato romano regnanti Costanzo e Costante (340-350 d.C.). Non è da escludere però che la rotonda sia stata innalzata in occasione dello spianamento del Clivo, il cui basolato è stato rinvenuto a valle del “Tempio” nel 2000 (Mari 2011), come potrebbe indicare anche la datazione in epoca tarda. Dopo uno studio accurato il Giuliani (1970) ha suggerito di considerarlo, come già in precedenza il Deichmann, un vestibolo monumentale, eretto in una grande villa del I sec. a.C.

I prospetti rettilinei in corrispondenza dei due ingressi si spiegano con il fatto che il vestibolo fu letteralmente inserito fra ambienti in opus reticulatum. È merito del Giuliani aver individuato tali preesistenze che l’architetto antico seppe abilmente sfruttare. Il muro sul davanti, che fungeva anche da recinzione lungo il Clivo, nascondeva alla vista per circa metà altezza l’edificio, offrendo quindi al visitatore che vi entrava l’inaspettata visione di uno spazio avvolgente. All’interno del vano circolare si riconoscono ancora, nonostante siano stati rasati, un ambiente rettangolare e un’ampia sala con pavimento in graniglia decorato da tessere musive, nella quale si apriva forse un atrio. Uno scavo del 1998 ha messo in luce sul lato Est della rotonda rozzi restauri dei muri in reticolato, un pavimento in opus spicatum e un canale coperto, tutti di epoca piuttosto avanzata (II-III sec. d.C.). Il canale è forse da mettere in relazione con gli orti presenti già in antico in questa zona semi-pianeggiante e favorita dall’abbondanza di acqua, come accade tuttora con il “canale degli Ortolani” che rasenta la strada.

L’insieme delle preesistenze è databile, se si considerano la tecnica muraria e il tipo di pavimento, in età augustea ed appartiene ad una vasta villa residenziale, sommersa da un ragguardevole interro, di cui affiorano a breve distanza una cisterna rettangolare e un terrazzamento in opus incertum; questo si estende per ben 160 metri fra due strade, la suddetta via degli Orti e la parallela via del Tartaro, citate nel Medioevo come silice publica e via publica (Giuliani 1994). Si è ipotizzato (Coarelli) di riconoscere in questa villa, situata subito a valle del santuario di Ercole Vincitore, il secessus (“luogo di ritiro”) tiburtino di Augusto, il quale proprio nei portici del santuario amministrò spesso la giustizia (citazioni in Suet., Aug. LXXII); secessus che, però, potrebbe essere identificato anche con la villa inglobata nel Palazzo Imperiale di Villa Adriana (Mari 2019).

La totale assenza di intonaco e del pavimento dimostra che l’edificio circolare non fu mai completato (Giuliani 1970). Probabilmente esso fece parte di un progetto di ristrutturazione della villa di otium, come è documentato in altri possedimenti aristocratici dei dintorni di Roma che in epoca tarda si dotarono proprio di fastosi vestiboli affacciati sulle vie pubbliche, con funzione non solo di ‘segnalare’ l’accesso a importanti residenze, ma spiegabili anche in riferimento del cerimoniale con cui veniva accolto il dominus.

Quando nel Medioevo si ebbe la trasformazione in chiesa, l’ingresso fu ristretto, fu aggiunto il protiro (fig. 11) e, dato che il livello esterno era molto cresciuto, la soglia venne rialzata e si costruì una scala per scendere all’interno.

Nel IX-X secolo l’edificio era detto, come prova il Regesto Tiburtino, semplicemente “trullo” (in ragione della sua forma circolare cupolata) e si trovava nel fundus Lipiano (Giuliani 1994; Ferruti c.s.). Sulla trasformazione in chiesa, avvenuta il 14 dicembre 956, fa fede un’iscrizione letta agli inizi del Novecento e già all’epoca ritenuta smarrita. È stata una gradita sorpresa rinvenirla all’interno della rotonda durante un recente sopralluogo e anche se può provenire, come altri materiali, dalle vicinanze, non vi è ragione di ritenerla estranea al nostro edificio. È graffita in caratteri incerti sul sommoscapo di una colonna liscia in marmo cipollino (figg. 12-13): † IN M. DEC. d. XIIII FR. I / INd. XIIII conta EclA = In mense decembris die XIIII feria I inditione XIIII consacrata ecclesia.

Una preziosa nota aggiunta al Regesto specifica che la chiesa era l’ecclesia sanctae mariae portas scure, così appellata dal toponimo “porta scura” con cui si designava il tratto della via Tiburtina inglobato nella galleria all’interno del vicino santuario di Ercole. Nel Cinquecento la chiesa era detta anche “S. Maria delli Horti” (Zappi). La denominazione “S. Maria della Tosse” è di uso popolare e da riconnettere alla venerazione mariana per scongiurare la tosse (Nibby, Sebastiani), come altri culti collegati a malattie localizzati fuori dalla città.

Della decorazione della chiesa sopravvivono gli affreschi nei catini delle absidiole Nord-Ovest e Sud-Ovest, raffiguranti rispettivamente un busto di Cristo entro un clipeo sorretto da angeli (fig. 14) e un Cristo inserito in una mandorla anch’essa sorretta da angeli, forse un’Ascensione (figg. 15-16), datati, secondo un’ultima lettura critica (Brenk 1998, pp. 72-78), alla seconda metà del X secolo (rilievi circa l’inquadramento stilistico in Ferruti 2020 e c.s.). Ornati in nero su fondo bianco a girali e simulanti una ghiera di mattoni restano sopra l’absidiola Sud-Ovest e la contigua nicchia con l’ingresso (v. figg. 4-5). Sulla volta del protiro si vedevano ancora verso il 1920 “foglie stilizzate e pesci dipinti a semplici contorni rossi su fondo bianco” (Rosa 1919; Pacifici 1925-26, p. 263).

Bibliografia

Bruzza, Regesto della Chiesa di Tivoli, Roma 1880, p. 33, ll. 13-16, p. 43, ll. 12-14, p. 60, ll. 11-13; A.M. Zappi, Annali e Memorie di Tivoli, a cura di V. Pacifici (“Studi e Fonti per la storia della Regione Tiburtina” I), Tivoli 1920, p. 89 [opera scritta tra il 1572 e il 1583]; S. Rosa, Memorie medievali del tempio della Tosse, “Bollettino di studi storici ed archeologici di Tivoli” 1919, I, 1, pp. 19-21 e I, 2, p. 57; F.A. Sebastiani, Viaggio a Tivoli antichissima città latino-sabina fatto nel 1825. Lettere, Fuligno 1828, pp. 115, 123, nota 23; A. Nibby, Analisi storico-topografico-antiquaria della carta de’ dintorni di Roma, III, Roma 1837, p. 199, Roma2 1849, pp. 198-200; G. De Angelis, Relazione sui lavori eseguiti dall’Ufficio nel Quadriennio 1899-1902, Roma 1903, p. 236 (su restauri); T. Ashby, The Classical Topography of the Roman Campagna – II, “Papers of the British School at Rome” 3, 1906, p. 149; T. Ashby, La Via Tiburtina (estratto da “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte” 2-7), Tivoli 1928, pp. 67-68; G.T. Rivoira, Architettura romana, Milano 1921, p. 284; V. Pacifici, Tivoli nel Medio-Evo, “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte” 5-6, 1925-1926, pp. 261-265; F.W. Deichmann, Untersuchungen an spätrömischen Rundbauten in Rom und Latium, “Jahrbuch des Deutschen Archäologischen Instituts” 56, 1941, cc. 740-748; C.F. Giuliani, Tibur, pars prima, “Forma Italiae” I, 7, Roma 1970, pp. 203-215, n. 106 (con riproduzione di disegni dei secoli scorsi), p. 215, nn. 107-108 (resti della villa); Z. Mari, Tivoli, Via degli Orti, c.d. Tempio della Tosse, in Thomas Ashby. Un archeologo fotografa la Campagna Romana tra ‘800 e ‘900, Roma 1986, pp. 46-47, n. 24; F. Coarelli, I santuari del Lazio in età repubblicana, Roma 1987, p. 102; C.F. Giuliani, Il santuario d’Ercole e il suo intorno nella toponomastica medioevale, “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte” 67, 1994, pp. 35-48; J.J. Rasch, Das Mausoleum der Kaiserin Helena in Rom und der «Tempio della Tosse» in Tivoli, mit Beiträgen von F.W. Deichmann, A. Tschira und B. Brenk, Mainz am Rhein 1998, pp. 56-59, 66 sgg.; Z. Mari, Scoperte archeologiche nel territorio tiburtino e nella Valle dell’Aniene (VIII), “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte” 84, 2011, pp. 130-143, n. 2; Id., La presenza dell’Imperatore Augusto a Tibur, “I Quaderni di Arcipelago” 2, 2019, p. 23; F. Ferruti, Tivoli nel medioevo, in Tivoli. Tremila anni di storia, Tivoli 2020, pp. 70-71; Z. Mari, F. Ferruti, Tivoli nell’alto Medioevo, in Città e territorio: il Lazio medievale. Urbanistica e architetture nei centri di Diocesi tra tardo antico e altomedioevo (Atti del convegno, Segni 2016), a cura di F. Colaiacomo, c.s.

Fig. 1. Localizzazione nella Carta archeologica (da C.F. Giuliani, 1970)
Fig. 1. Localizzazione nella Carta archeologica (da C.F. Giuliani, 1970)

Fig. 2. Veduta dell’area circostante
Fig. 2. Veduta dell’area circostante

Fig. 3. Pianta (da C.F. Giuliani, 1970)
Fig. 3. Pianta (da C.F. Giuliani, 1970)

Fig. 4. Particolare dell’interno
Fig. 4. Particolare dell’interno

Fig. 5. Particolare dell’interno
Fig. 5. Particolare dell’interno

Fig. 6. Particolare dell’interno
Fig. 6. Particolare dell’interno

Fig. 7. Nicchia rettangolare
Fig. 7. Nicchia rettangolare

Fig. 8. Particolare della cupola
Fig. 8. Particolare della cupola

Fig. 9. Veduta di F. Piranesi (1763)
Fig. 9. Veduta di F. Piranesi (1763)

Fig. 10. Veduta di L. Rossini (1826)
Fig. 10. Veduta di L. Rossini (1826)

Fig. 11. Foto T. Ashby (1897)
Fig. 11. Foto T. Ashby (1897)

Fig. 12. Colonna inscritta
Fig. 12. Colonna inscritta

Fig. 13. Colonna inscritta
Fig. 13. Colonna inscritta

Fig. 14. Absidiola Nord-Ovest
Fig. 14. Absidiola Nord-Ovest

Fig. 15. Absidiola Sud-Ovest
Fig. 15. Absidiola Sud-Ovest

Fig. 16. Affresco dell’absidiola Sud-Ovest
Fig. 16. Affresco dell’absidiola Sud-Ovest

“Strade secondarie dell’Italia antica”

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CONVEGNO STRADE SECONDARIE DELL’ITALIA ANTICA – 29 maggio 2020

Comitato organizzatore: Luigi Capogrossi Colognesi, Giovanna Cera, Marcello Guaitoli, Lorenzo Quilici, Stefania Quilici Gigli

Il convegno non si è tenuto per l’emergenza sanitaria in corso, ma i lavori sono stati regolarmente presentati e saranno pubblicati nel prossimo volume dell’Atlante Tematico di Topografia Antica, 31, 2021.

Il nostro consigliere dott. Zaccaria Mari ha partecipato con un saggio dal titolo “Percorsi viari minori fra Salaria e Prenestina”, ove parla abbondantemente anche delle strade intorno a Tivoli e nella Valle dell’Aniene.

Per ora sono stati diffuse le brevi sintesi in italiano e in inglese di tutti i contributi presenti nel numero.

Scarica le brevi sintesi dei contributi

Da sabato 13 giugno 2020 riaperto il Museo della Città in Piazza Campitelli a Tivoli, con nuovi orari.

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I luoghi della cultura riaprono alla città dopo le lunghe settimane di lockdown causato dall’emergenza sanitaria del Covid-19. Settimane durante le quali, però, pur rimanendo le porte dei luoghi culturali e artistici chiuse, si è continuato a lavorare per essere pronti alla ripartenza. Da sabato 13 giugno 2020, dunque, il Museo della città di Tivoli ospitato all’interno dello storico complesso della Missione, in via della Carità, su piazza Campitelli, è tornato fruibile ed ha recuperato quel suo importante ruolo di spazio per la conservazione e la promozione del patrimonio storico e artistico di Tivoli che ha assunto negli ultimi anni.

Il museo osserverà in questa prima fase nuovi orari per il pubblico con le seguenti modalità:

–          sabato, domenica e festivi, orario continuato dalle 10 alle 18;

–          non è necessaria la prenotazione;

–          ingresso consentito a un massimo di 30 persone per volta;

–          rispetto delle norme igieniche, di sicurezza e prevenzione anti Covid-19: obbligo d’indossare mascherine, igiene delle mani, distanziamento fra persone.

All’interno del museo, distribuita su tre piani secondo approcci tematici che riproducono un vero e proprio viaggio nella storia, è allestita l’esposizione “Lapis Tiburtinus, la lunga storia del travertino”, alla quale hanno collaborato l’Istituto Villa Adriana-Villa d’Este, la Soprintendenza territoriale di Stato, la Società tiburtina di storia e d’Arte e il Centro per la valorizzazione del Travertino romano, ed è stata curata dalla consigliera del sindaco per i Musei civici Maria Antonietta Tomei, insieme allo storico imprenditore del travertino Fabrizio Mariotti, che ha finanziato il catalogo dedicato all’esposizione.

La mostra, che ha già riscosso un ottimo successo di pubblico e di critico, interrotta a causa dell’epidemia, è stata prorogata sino al 30 settembre.

“Riapre un luogo punto di riferimento per la cultura tiburtina. Invitiamo i cittadini a visitare, per chi non lo avesse fatto ancora, o di tornare a rivedere la mostra dedicata a un pezzo importante della storia di Tivoli, della sua cultura e della sua economia”, esorta il sindaco Giuseppe Proietti, “in particolare gli studenti, perché c’è molto da scoprire e da imparare, non soltanto sulla città, ma anche sul resto del mondo. La pietra tiburtina, le cui cave più importanti si trovano nel territorio dell’antica Tibur, ha avuto, infatti, una vastissima diffusione nell’architettura romana di tutti i tempi e oggi è nota e ricercata ovunque”. Sono in travertino, ad esempio, il Colosseo e piazza San Pietro, la Fontana di Trevi e le Fontane di piazza Navona, ma anche architetture come il Getty Center di Los Angeles, la Moschea di Algeri, la Banca di Cina a Pechino, l’Eur e le sculture di Henry Moore.

Pur se questo tipo di pietra viene estratto anche in altre regioni italiane e del mondo, ancora oggi dall’area di Tivoli e Guidonia Montecelio (l’ager tiburtinus) ne proviene la maggior quantità e la migliore qualità”

Intanto sono in corso i lavori di adeguamento per la riapertura anche di Rocca Pia, che dovrebbe avvenire a breve.

Presentato il volume “Tivoli tremila anni di storia”

Il giorno giovedì 11 giugno 2020 è stato presentato, tramite la piattaforma per videoconferenze Zoom, il volume “Tivoli tremila anni di storia”, pubblicato dalla collaborazione del Rotary Club di Tivoli con la Società Tiburtina di Storia e d’Arte.

Il testo fa il punto sulla storia di Tivoli, in base agli ultimi studi, scoperte e ricerche, da parte di alcuni tra i più prestigiosi specialisti della storia locale, con l’intervento anche del giornalista Raffaele Alliegro, che parla degli ultimi trent’anni della nostra città.

Il volume, finanziato dal Rotary Club di Tivoli, purtroppo non è in vendita, ma riservato ai soci del sodalizio.

Copertina_Tivoli_Tremila_anni_di_storia

Indice_Tivoli_Tremila_anni
Questo l’indice del volume

Un ricordo del Premio “Bulgarini” anni ’70 dello scrittore tiburtino Luigi Brasili

Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo la prefazione al libro “C’era una volta un re” dello scrittore tiburtino Luigi Brasili.

Prefazione dell’autore sul libro “C’era una volta un re”.

 Quando l’Editore mi ha chiesto di preparare una serie di schede didattiche sui luoghi e i temi trattati in questo libro, ho iniziato naturalmente con gli argomenti per i quali sapevo di potermi affidare alla mia memoria, visto che nel rione in cui è ambientata la storia sono cresciuto e vi ho abitato per quasi trent’anni. Ma per approfondire i temi, per trovare altri spunti e rinfrescare i ricordi, nonché per evitare di scrivere strafalcioni indotti dall’eccessiva fiducia nella memoria suddetta, ho consultato ovviamente gli archivi digitali che grazie a Internet sono disponibili con pochi click. Cito su tutti Wikipedia e il sito web TiburSuperbum, mentre per le fonti cartacee ho utilizzato soprattutto il libro Storia e monumenti di Tivoli, (Renzo Mosti, Società Tiburtina di Storia e d’Arte , pref. 1968 Tipografica S. Paolo).

A proposito di questo libro, mi ha fatto un certo effetto tornare a sfogliarlo dopo tutti questi anni. Ricordo bene quel giorno di tanto tempo fa quando, alunno di quinta elementare, andai a sostenere l’esame davanti alla commissione del premio Bulgarini… Mamma mia che paura quel lungo corridoio deserto della scuola di via del Collegio, per andare nell’aula dove i professori aspettavano famelici di coprirti di domande sul testo… Per chi non ricorda e per chi non è di Tivoli, all’epoca c’era questo concorso molto prestigioso, rivolto alle quinte elementari, concorso che verteva sulla storia di Tivoli. Gli alunni selezionati dagli insegnanti di ogni istituto dovevano prepararsi utilizzando il libro del Mosti come base di studio, e quelli che si dimostravano più preparati (o meno impacciati) venivano poi premiati nel corso di una cerimonia pubblica che, almeno ai miei tempi, si teneva nel (fu) Teatro Italia. E, sempre in tema di ricordi, come ho visto la copertina del libro in questione ho avuto questo flashback della mano del mio maestro, Otello Boanelli, che me lo consegnava, fiducioso e certo che mi sarei fatto onore nella tenzone. È stata un po’ anche “colpa” del mio maestro, e dei suoi insegnamenti, se sono cresciuto con questa “malattia” della parola scritta; infatti sempre lui mi prestò il primo romanzo della mia “carriera” di lettore, quando avevo otto anni, I misteri della giungla nera di Emilio Salgari.

In merito alla storia raccontata in C’era una volta un re, devo confessare che mi sono divertito molto ad accompagnare Cecilia con lo zio e i fratelli in questa avventura sulle strade che ho battuto migliaia di volte; è stato un po’ ritrovarsi tra volti e voci, emozioni e situazioni dell’infanzia che ho condiviso con tanti altri, alcuni dei quali purtroppo non ci sono più. Non mi metto a fare nomi, ma chi sa capirà chi sono coloro a cui mi riferisco, perché sono sicuro che ognuno, come me, ha un personale angolino di memoria riservato a molte di queste persone, giovani o grandi, che c’erano una volta insieme a noi.

Ripercorrere quei luoghi, nero su bianco, rivedere quei volti e riascoltare quelle voci mi ha dato anche modo di far galoppare non poco la fantasia sull’onda dei ricordi reali; pertanto non posso escludere che in futuro mi “scappi” di scrivere nuove storie all’ombra della Sibilla…

Ovviamente nelle descrizioni mi sono preso qualche libertà, mentre in un paio di casi, contrariamente a quanto dichiara giustamente l’Editore, ho inserito persone reali che, ne sono certo, non avranno di che lamentarsene.

Tornando alle schede, inserite a uso e consumo di insegnanti, alunni o semplici curiosi, non posso mettere la mano sul fuoco affermando che non ci sia qualche inesattezza malgrado l’impegno certosino che vi ho profuso; in tal caso di sicuro capirete che non s’è fatto apposta.

In ultimo, volevo ringraziare quanti hanno contribuito in qualche modo a questo lavoro: l’Editore e tutti i suoi collaboratori, con cui è sempre un piacere lavorare; Elisa Todisco, per i bellissimi disegni; poi mio fratello Fabrizio, per avermi prestato il libro di Mosti e fornito qualche chiarimento su alcuni aspetti storici e architetturali; e, naturalmente, last but not least, il mio maestro Otello, che riposi in pace.

 p.s.

Giusto per precisare, l’esame del concorso andò malissimo, contrariamente alle forti aspettative del maestro; feci quasi scena muta, con una specie di mostruosa creatura che durante il colloquio mi serrava le labbra dall’interno e mi contorceva lo stomaco. Ma in fondo, meglio così: perché c’è sempre un esame, prima o poi, da superare; e il modo migliore è presentarsi preparati per ogni evenienza, consapevoli che verranno altre occasioni di tentare, così come altre prove da sbagliare. Altrimenti, se tutto fosse facile, non ci sarebbe motivo di cimentarsi, e soprattutto non ci sarebbe alcuna soddisfazione a superare la prova, né alcuna motivazione per andare avanti.

……………………..

Luigi Brasili è nato nel 1964 a Tivoli, dove vive tuttora. Ha sempre amato la parola scritta, fin da bambino, ma ci si è messo d’impegno a partire dalla fine del 2003, ottenendo più di un centinaio di riconoscimenti in concorsi e selezioni editoriali su tutto il territorio nazionale e classificandosi al primo posto in una trentina di premi letterari. Ha pubblicato racconti in decine di libri e riviste, per vari editori e testate tra cui Fanucci, Rai-Eri, Cronaca Vera, Delos Science Fiction. Suoi racconti sono stati letti in trasmissioni radiofoniche e università.
Ha pubblicato inoltre i seguenti libri:
La strega di Beaubois (Magnetica, Napoli – dicembre 2006);
Lacrime di drago (Delos Books, Milano – marzo 2009);
La stirpe del sentiero luminoso (La Penna blu, Barletta – dicembre 2011);
Il lupo (Delos Digital, Milano – novembre 2013);
Il ritorno del lupo (Delos Digital, Milano – gennaio 2014);
Il tempio dei sette (Delos Digital, Milano – marzo 2014);
Stelle cadenti (Delos Digital, Milano – maggio 2014);
C’era una volta un re (La Penna blu, Barletta – dicembre 2014);
La scomparsa dell’elfo (Delos Digital, Milano – maggio 2015);
Sotto rete, tutta un’altra storia (ASD Andrea Doria – dicembre 2015)
Trilogia Figli della notte (Delos Digital, Milano – novembre 2016)
A gennaio 2017: Sherlock Holmes e il tempio della Sibilla nella collana Sherlockiana sempre della Delos Digital.

Qui sotto la copertina di un libro di argomento …. tiburtino

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