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Scheda: Abside della basilica del Foro di Tibur

Abside della basilica del Foro di Tibur

TIVOLI – Piazza del Duomo

di Zaccaria Mari

I recenti lavori di restauro nel Duomo di S. Lorenzo a Tivoli (fig. 1), durante i quali la Soprintendenza ha svolto l’Alta sorveglianza, hanno previsto anche un’indagine archeologica nell’abside di età romana retrostante quella della chiesa secentesca che sorge nell’area del Foro dell’antica Tibur (fig. 2).
L’abside del Duomo fu costruita a m 3 ca. da quella romana, che si addossa sul pendio collinare, al fine di lasciare un’intercapedine semicircolare in grado di mettere al riparo l’edificio ecclesiale dall’umidità. La cattedrale dell’XI-XII secolo, infatti, che riutilizzava per intero l’abside antica (alla sommità si conservano resti del catino medioevale), era soggetta a continue infiltrazioni d’acqua, al punto che si decise di demolirla e di innalzare nel 1635, per volere del card. Giulio Roma, una costruzione completamente nuova.
L’abside antica, rivestita in opus incertum di calcare tendente al quasi reticulatum, databile alla prima metà del I sec. a.C., ha un diametro di m 15,60 e si erge per un’altezza di m 6,50 fino a una semplice cornice in travertino forse di epoca medioevale o riadattata in tale epoca (fig. 3). Al centro della curva si apre una bella nicchia rettangolare (m 1,20 x 0,80, alt. 3,35) con soglia, stipiti e architrave in blocchi di travertino, il cui aspetto originario è ricostruibile, grazie alle tracce di stucco, con lesene laterali, fascia per il fregio sopra l’architrave e cornice sommitale (fig. 4). All’estremità sinistra aggetta leggermente un pilastro, anch’esso in blocchi di travertino (fig. 5).
Il Giuliani, autore del principale contributo sull’area forense, ritiene che l’abside appartenga al lato di fondo di un edificio rettangolare largo m 24,80, di cui sono visibili anche resti del lato lungo settentrionale, inglobati nella sacrestia del Duomo. Secondo lo studioso l’edificio, la cui nicchia doveva contenere una statua, era una quinta scenografica che, in un’area scoperta, delimitava il limite Nord-Est del Foro e sosteneva nello stesso tempo il declivio. In subordine non viene esclusa l’ipotesi del Carducci, il quale riferisce invece l’abside alla basilica forense; anche in questo caso, comunque, essa sarebbe stata priva di copertura.
Del 2008 è lo studio di C. Cioffi che attribuisce senz’altro l’abside alla basilica forense, apportando anche novità per la conoscenza della sua struttura, tra cui un pilastro sporgente all’estremità destra analogo a quello sul lato opposto (figg. 6-7). Del 2010 è, infine, lo studio di A. Cicogna che aggiunge, a sua volta, ulteriori dati circa le strutture romane (fig. 8).
Alla ricostruzione dell’aspetto della chiesa medioevale, completamente cancellata dall’intervento secentesco (si salvò solo il campanile ancora oggi esistente), è dedicato il contributo di M. Vendittelli, che ricostruisce una basilica a tre navate separate da dieci grandi colonne per lato e con un’unica abside sul fondo, corrispondente a quella antica (figg. 9-10). Le colonne erano in travertino, con fusto a scanalature piatte separate da listelli (tipo ionico) e capitelli corinzi.
L’indagine archeologica, programmata inizialmente in tre sondaggi, uno al centro e due alle estremità dell’abside finalizzati soprattutto a ricercare tracce della decorazione e la quota del pavimento, è stata ridotta per motivi logistici ad un solo sondaggio (luglio-settembre 2018), tuttavia più grande (m 3 x 2 ca.), localizzato all’estremità sinistra presso il pilastro a blocchi di travertino (fig. 11. Il punto è stato scelto perché l’acciottolato secentesco era stato distrutto dall’inserimento di un fognolo. Subito sotto il pavimento in cemento è affiorato sulla parete in opus incertum l’intonaco, privo però della pellicola pittorica nella parte alta, in coincidenza con un riempimento costituito di detriti edilizi attribuibili all’epoca della costruzione dell’abside secentesca (fig. 12). Approfondendo lo scavo, l’intonaco ha iniziato a mostrare la pittura, ma è apparso tagliato orizzontalmente per incassare due spesse lastre di spoglio in marmo bianco (fig. 13), che formano la copertura di una tomba a fossa rettangolare (m 1,40 x 0,80) addossata alla parete, costruita con mattoni bessali antichi sovrapposti a secco (fig. 14). La tomba, probabilmente di infante o contenente ossa ristrette, presentava sul fondo uno strato terroso e, per la precarietà dei muri in mattoni, non è stata scavata (fig. 15). Per realizzarla era stata praticata una fossa molto più ampia in un pavimento a grandi tessere marmoree grossolanamente squadrate, allettato su uno spesso strato di malta, riferibile al pavimento di un edificio ecclesiale pre-romanico.
Lo scavo è stato quindi approfondito al di sotto della quota del pavimento sui due lati della tomba, rivelando un riempimento del tutto diverso da quello superiore, costituito essenzialmente di materiali pertinenti all’abside in opus incertum, ma anche di altra provenienza: pietre calcaree del muro e pezzi di intonaco dipinto dell’abside stessa, frammenti di lastre marmoree, di vasi ceramici, di antefisse e lastre decorative in terracotta. Ossa umane sparse denotavano la presenza di altre tombe sconvolte dall’impianto del cantiere secentesco.
I materiali erano misti a sabbione, tipico del sottosuolo di Tivoli, su cui è costruita l’abside romana. All’interno e ai lati della tomba l’intonaco antico conserva in discreto stato la pittura simulante un rivestimento a grandi lastre di marmo brecciato (largh. cm 136), alternate a fasce verticali (largh. cm 27) di colore rosso, su uno zoccolo continuo (alt. cm 35) di colore nero, appartenente sicuramente alla decorazione originaria dell’abside. L’intonaco giunge fino alla risega di fondazione dell’abside (a –m 1.18 dal piano di calpestio attuale), che, purtroppo, nei tratti ai lati della tomba non ha rivelato tracce del pavimento, evidentemente asportato (figg. 16-17). Di notevole interesse anche il rinvenimento della base del pilastro a blocchi di travertino con modanatura di tipo ionico in stucco bianco su alto plinto (fig. 18).
In conclusione il sondaggio, anche se di piccole dimensioni, ha fornito nuovi importanti dati per la conoscenza e la funzione dell’abside antica: la sua altezza fino all’imposta del catino (m 7,70 ca.), la conformazione della base del pilastro a blocchi e la decorazione dipinta. Quest’ultima rientra nel c.d. “II stile pompeiano” (I sec. a.C.), che articola ancora la zona inferiore della parete in rettangoli marmoreggiati separati da lesene, tipici del maturo “I stile”, ma destina quella superiore a sistemi decorativi più complessi in cui fanno la loro comparsa imitazioni di architetture.
Resta il rammarico di non aver rinvenuto alcun resto del pavimento, che può essere stato in marmo o mosaico, ciò che spiegherebbe anche la sua asportazione. Soprattutto l’intonaco dipinto induce a pensare che l’abside non facesse parte di un’area scoperta, bensì di un edificio coperto. Di notevole interesse è anche il pavimento a cubetti marmorei che per la fattura irregolare non sembrano attribuibili al pavimento cosmatesco della cattedrale romanica, bensì a una chiesa alto-medioevale, per la quale non si esclude un’origine ancora più antica e quindi l’identificazione con la cattedrale paleocristiana di IV-V secolo (Ferruti 2020 e c.s.). Probabilmente il tessellato non venne sostituito dal nuovo pavimento cosmatesco per la sua posizione limitanea. La tomba invece potrebbe appartenere proprio alla fase di pieno Medioevo, quando, apprendiamo dalle fonti, il pavimento cosmatesco era devastato e reso sconnesso dalle numerose sepolture.
Dopo lo scavo i resti, stante la difficoltà di realizzare una copertura per lasciarli in vista, sono stati protetti e reinterrati (anno 2020).

Bibliografia

C. Carducci, Tibur (Tivoli), Regio IV. Sabini et Samnium (Italia romana: municipi e colonie), Roma 1940, pp. 50-51; C.F. Giuliani, Tibur, pars prima, “Forma Italiae” I, 7, Roma 1970, pp. 59-62, n. 3; M. Vendittelli, Testimonianze sulla cattedrale di Tivoli nel medioevo, “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte” 57, 1984, pp. 73-114; C. Pierattini, La cattedrale di San Lorenzo a Tivoli, in Cattedrali nel Lazio (Lunario Romano XVI), Roma 1987, pp. 121-140; C. Cioffi, Il Foro di Tivoli. Lo stato attuale delle conoscenze alla luce delle ultime acquisizioni, “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte” 81, 2, 2008, pp. 104-11; F. Ferruti, La cattedrale di San Lorenzo a Tivoli: espressione della storia di un popolo, in “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte” 81, 2008, 2, pp. 135-148; A. Cicogna, La cattedrale di Tivoli: nuovi dati sulla conoscenza del monumento, “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte” 83, 2010, pp. 177-207; Z. Mari, Tecniche murarie a Tibur e nell’area tiburtina in epoca tardo-repubblicana, in Tecniche costruttive del tardo ellenismo nel Lazio e in Campania, a cura di F.M. Cifarelli (Atti del Convegno 2011), Roma 2013, p. 30; F. Ferruti, Tivoli nel Medioevo, in Tivoli. Tremila anni di storia, Tivoli 2020, pp. 64-65; Z. Mari, F. Ferruti, Tivoli nell’alto Medioevo, in Città e territorio: il Lazio medievale. Urbanistica e architetture nei centri di Diocesi tra tardo antico e altomedioevo (Atti del convegno, Segni 2016), a cura di F. Colaiacomo, c.s.

Fig. 1. Il Duomo
Fig. 2. Carta archeologica dell’area forense (n. 2 – da Giuliani 1970)
Fig. 3. L’abside antica
Fig. 4. Nicchia dell’abside
Fig. 5. L’abside antica
Fig. 6. Abside: pianta (da Cioffi 2008 su rilievo Giuliani 1970)
Fig. 7. Abside: pianta (da Cioffi 2008)
Fig. 8. Pianta del Duomo (da Cicogna 2010)
Fig. 9. Pianta con il perimetro del Duomo secentesco e quello ricostruito della basilica medioevale (da Vendittelli 1984)
Fig. 10. Ricostruzione della pianta della basilica medioevale in base a una descrizione del 1581 (da Vendittelli 1984)
Fig. 11. Pianta del sondaggio di scavo
Fig. 12. Sondaggio di scavo
Fig. 13. Sondaggio di scavo
Fig. 14. Sondaggio di scavo
Fig. 15. Tomba
Fig. 16. Il sondaggio nella fase finale
Fig. 17. Decorazione pittorica
Fig. 18. Base del pilastro

Scheda: Vestibolo monumentale denominato “Tempio della Tosse”

Vestibolo monumentale denominato “Tempio della Tosse”

TIVOLI – Via degli Orti

Zaccaria Mari

Il c.d. “Tempio della Tosse” è un noto edificio tardo-antico assai ben conservato, di proprietà statale, disegnato e descritto sin dal Rinascimento (P. Ligorio, G. da Sangallo, S. Peruzzi), situato a valle del centro storico di Tivoli, lungo via degli Orti, il tratto in salita della via Tiburtina denominato Clivus Tiburtinus (fig. 1). È accostato al lato Sud della strada e spicca, con la sua possente mole coperta a cupola, in uno storico paesaggio di orti e frutteti, che purtroppo appare sempre più aggredito da un abusivismo strisciante e dalla sostituzione dei vecchi muri di cinta con squallide recinzioni (fig. 2).

Il monumento sorge infossato nel mezzo di un’area circolare sostenuta da archi inclinati, realizzati nel 1894, quando, dopo l’esproprio, venne isolato e restaurato. Oggetto negli anni scorsi di un intervento di consolidamento dell’estradosso della cupola, sarà presto interessato da nuovi lavori di restauro e manutenzione ad opera della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale.

L’area è sottoposta a vincolo archeologico, ex Lege 1089/01.06.1939, con D.M. del 28.03.1966.

La rotonda (diam. max. m 17; fig. 3) ha l’anello esterno interrotto da due prospetti rettilinei, in ciascuno dei quali si apre un ingresso. Quello sul Clivo Tiburtino, il principale, molto ampio, ha soglia e architrave marmorei; nel Medioevo gli fu addossato un protiro con volticina a tutto sesto, integro ancora agli inizi del Novecento (v. fig. 11), ma oggi in parte crollato, pertinente alla trasformazione in chiesa. L’ingresso sul lato opposto è invece ad arco (fig. 4). L’arioso ambiente circolare (diam. m 12,45, alt. 15,50) è suddiviso in due ordini (figg. 5-6). L’inferiore comprende due nicchie rettangolari coperte a botte in corrispondenza degli ingressi; altre due, molto più profonde e aggettanti dal muro esterno, anch’esse a botte, si aprono sull’asse ortogonale. Negli spazi intermedi sono collocate quattro absidiole. Le nicchie aggettanti hanno la parete di fondo mossa da tre piccole scansie, una centrale curva e due laterali rettangolari (fig. 7). L’ordine superiore è finestrato: sette ampie finestre ad arco ribassato si aprono all’interno di altrettanti nicchioni ricavati nello spesso muro curvilineo: quattro semicircolari sopra le absidiole e tre rettangolari sopra le nicchie sporgenti e l’ingresso posteriore.

La cupola emisferica, dotata di un oculus centrale, è in opus caementicium rinforzato verso il cervello da nervature meridiane in laterizio (fig. 8), presenti anche nelle volte delle nicchie. L’imposta esterna è rialzata rispetto a quella interna e sottolineata da mensole di travertino che sorreggevano una cornice laterizia oggi del tutto mancante. Sull’estradosso corrono tre alti gradini interrotti da quattro scalette disposte a croce, che in superficie sono frutto di restauro, ragion per cui la loro antichità è stata revocata in dubbio; essi, tuttavia, compaiono già nelle raffigurazioni di G. Battista Piranesi (1763) (fig. 9) e L. Rossini (1826) (fig. 10) e sono citati nelle vecchie descrizioni. Va osservato, inoltre, che lo sfalsamento delle imposte e i tre gradini sono accorgimenti statici utili a contrastare la spinta della calotta.

La costruzione è interamente rivestita in opus vittatum, costituito da un filare di tufelli o blocchetti calcarei e tre ricorsi di mattoni (in genere di reimpiego) con belle ghiere laterizie intorno agli archi. Questa tecnica muraria e l’architettura, confrontabile con altri edifici a pianta centrale di epoca avanzata, orientano la datazione verso il IV-inizi V secolo.

Risulta dai documenti di archivio che i restauri del 1894 alla cortina muraria, agli stipiti e alle ghiere degli archi del vano interno furono interrotti, in quanto eseguiti con scarso rigore.

Varie ipotesi sono state prospettate sulla destinazione: tralasciando la più fantasiosa avanzata degli scrittori locali che vi videro un tempio, quella del Nibby che lo volle un oratorio cristiano eretto dai Bizantini dopo la guerra greco-gotica e anche quella che vi riconosce un ninfeo, cui ostano l’architettura e la posizione, ha avuto maggiore fortuna l’identificazione con un sepolcro, sul tipo dei mausolei circolari ampiamente diffusi nel IV secolo, come quello di Elena (“Tor Pignattara”) sulla via Labicana. A questa interpretazione si oppongono, però, il doppio ingresso e le numerose finestre, quindi senza dubbio non può ritenersi il sepolcro della gens Turcia, come vuole il Rivoira in base all’epigrafe (CIL XIV, 3582) inerente la riduzione “in planitiem” del Clivo Tiburtino, rinvenuta nel 1735 lungo via degli Orti e ivi rialzata: il corrector Flaminiae et Piceni L. Turcius Secundus Asterius, infatti, fu soltanto il curatore dei lavori stradali deliberati dal senato romano regnanti Costanzo e Costante (340-350 d.C.). Non è da escludere però che la rotonda sia stata innalzata in occasione dello spianamento del Clivo, il cui basolato è stato rinvenuto a valle del “Tempio” nel 2000 (Mari 2011), come potrebbe indicare anche la datazione in epoca tarda. Dopo uno studio accurato il Giuliani (1970) ha suggerito di considerarlo, come già in precedenza il Deichmann, un vestibolo monumentale, eretto in una grande villa del I sec. a.C.

I prospetti rettilinei in corrispondenza dei due ingressi si spiegano con il fatto che il vestibolo fu letteralmente inserito fra ambienti in opus reticulatum. È merito del Giuliani aver individuato tali preesistenze che l’architetto antico seppe abilmente sfruttare. Il muro sul davanti, che fungeva anche da recinzione lungo il Clivo, nascondeva alla vista per circa metà altezza l’edificio, offrendo quindi al visitatore che vi entrava l’inaspettata visione di uno spazio avvolgente. All’interno del vano circolare si riconoscono ancora, nonostante siano stati rasati, un ambiente rettangolare e un’ampia sala con pavimento in graniglia decorato da tessere musive, nella quale si apriva forse un atrio. Uno scavo del 1998 ha messo in luce sul lato Est della rotonda rozzi restauri dei muri in reticolato, un pavimento in opus spicatum e un canale coperto, tutti di epoca piuttosto avanzata (II-III sec. d.C.). Il canale è forse da mettere in relazione con gli orti presenti già in antico in questa zona semi-pianeggiante e favorita dall’abbondanza di acqua, come accade tuttora con il “canale degli Ortolani” che rasenta la strada.

L’insieme delle preesistenze è databile, se si considerano la tecnica muraria e il tipo di pavimento, in età augustea ed appartiene ad una vasta villa residenziale, sommersa da un ragguardevole interro, di cui affiorano a breve distanza una cisterna rettangolare e un terrazzamento in opus incertum; questo si estende per ben 160 metri fra due strade, la suddetta via degli Orti e la parallela via del Tartaro, citate nel Medioevo come silice publica e via publica (Giuliani 1994). Si è ipotizzato (Coarelli) di riconoscere in questa villa, situata subito a valle del santuario di Ercole Vincitore, il secessus (“luogo di ritiro”) tiburtino di Augusto, il quale proprio nei portici del santuario amministrò spesso la giustizia (citazioni in Suet., Aug. LXXII); secessus che, però, potrebbe essere identificato anche con la villa inglobata nel Palazzo Imperiale di Villa Adriana (Mari 2019).

La totale assenza di intonaco e del pavimento dimostra che l’edificio circolare non fu mai completato (Giuliani 1970). Probabilmente esso fece parte di un progetto di ristrutturazione della villa di otium, come è documentato in altri possedimenti aristocratici dei dintorni di Roma che in epoca tarda si dotarono proprio di fastosi vestiboli affacciati sulle vie pubbliche, con funzione non solo di ‘segnalare’ l’accesso a importanti residenze, ma spiegabili anche in riferimento del cerimoniale con cui veniva accolto il dominus.

Quando nel Medioevo si ebbe la trasformazione in chiesa, l’ingresso fu ristretto, fu aggiunto il protiro (fig. 11) e, dato che il livello esterno era molto cresciuto, la soglia venne rialzata e si costruì una scala per scendere all’interno.

Nel IX-X secolo l’edificio era detto, come prova il Regesto Tiburtino, semplicemente “trullo” (in ragione della sua forma circolare cupolata) e si trovava nel fundus Lipiano (Giuliani 1994; Ferruti c.s.). Sulla trasformazione in chiesa, avvenuta il 14 dicembre 956, fa fede un’iscrizione letta agli inizi del Novecento e già all’epoca ritenuta smarrita. È stata una gradita sorpresa rinvenirla all’interno della rotonda durante un recente sopralluogo e anche se può provenire, come altri materiali, dalle vicinanze, non vi è ragione di ritenerla estranea al nostro edificio. È graffita in caratteri incerti sul sommoscapo di una colonna liscia in marmo cipollino (figg. 12-13): † IN M. DEC. d. XIIII FR. I / INd. XIIII conta EclA = In mense decembris die XIIII feria I inditione XIIII consacrata ecclesia.

Una preziosa nota aggiunta al Regesto specifica che la chiesa era l’ecclesia sanctae mariae portas scure, così appellata dal toponimo “porta scura” con cui si designava il tratto della via Tiburtina inglobato nella galleria all’interno del vicino santuario di Ercole. Nel Cinquecento la chiesa era detta anche “S. Maria delli Horti” (Zappi). La denominazione “S. Maria della Tosse” è di uso popolare e da riconnettere alla venerazione mariana per scongiurare la tosse (Nibby, Sebastiani), come altri culti collegati a malattie localizzati fuori dalla città.

Della decorazione della chiesa sopravvivono gli affreschi nei catini delle absidiole Nord-Ovest e Sud-Ovest, raffiguranti rispettivamente un busto di Cristo entro un clipeo sorretto da angeli (fig. 14) e un Cristo inserito in una mandorla anch’essa sorretta da angeli, forse un’Ascensione (figg. 15-16), datati, secondo un’ultima lettura critica (Brenk 1998, pp. 72-78), alla seconda metà del X secolo (rilievi circa l’inquadramento stilistico in Ferruti 2020 e c.s.). Ornati in nero su fondo bianco a girali e simulanti una ghiera di mattoni restano sopra l’absidiola Sud-Ovest e la contigua nicchia con l’ingresso (v. figg. 4-5). Sulla volta del protiro si vedevano ancora verso il 1920 “foglie stilizzate e pesci dipinti a semplici contorni rossi su fondo bianco” (Rosa 1919; Pacifici 1925-26, p. 263).

Bibliografia

Bruzza, Regesto della Chiesa di Tivoli, Roma 1880, p. 33, ll. 13-16, p. 43, ll. 12-14, p. 60, ll. 11-13; A.M. Zappi, Annali e Memorie di Tivoli, a cura di V. Pacifici (“Studi e Fonti per la storia della Regione Tiburtina” I), Tivoli 1920, p. 89 [opera scritta tra il 1572 e il 1583]; S. Rosa, Memorie medievali del tempio della Tosse, “Bollettino di studi storici ed archeologici di Tivoli” 1919, I, 1, pp. 19-21 e I, 2, p. 57; F.A. Sebastiani, Viaggio a Tivoli antichissima città latino-sabina fatto nel 1825. Lettere, Fuligno 1828, pp. 115, 123, nota 23; A. Nibby, Analisi storico-topografico-antiquaria della carta de’ dintorni di Roma, III, Roma 1837, p. 199, Roma2 1849, pp. 198-200; G. De Angelis, Relazione sui lavori eseguiti dall’Ufficio nel Quadriennio 1899-1902, Roma 1903, p. 236 (su restauri); T. Ashby, The Classical Topography of the Roman Campagna – II, “Papers of the British School at Rome” 3, 1906, p. 149; T. Ashby, La Via Tiburtina (estratto da “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte” 2-7), Tivoli 1928, pp. 67-68; G.T. Rivoira, Architettura romana, Milano 1921, p. 284; V. Pacifici, Tivoli nel Medio-Evo, “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte” 5-6, 1925-1926, pp. 261-265; F.W. Deichmann, Untersuchungen an spätrömischen Rundbauten in Rom und Latium, “Jahrbuch des Deutschen Archäologischen Instituts” 56, 1941, cc. 740-748; C.F. Giuliani, Tibur, pars prima, “Forma Italiae” I, 7, Roma 1970, pp. 203-215, n. 106 (con riproduzione di disegni dei secoli scorsi), p. 215, nn. 107-108 (resti della villa); Z. Mari, Tivoli, Via degli Orti, c.d. Tempio della Tosse, in Thomas Ashby. Un archeologo fotografa la Campagna Romana tra ‘800 e ‘900, Roma 1986, pp. 46-47, n. 24; F. Coarelli, I santuari del Lazio in età repubblicana, Roma 1987, p. 102; C.F. Giuliani, Il santuario d’Ercole e il suo intorno nella toponomastica medioevale, “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte” 67, 1994, pp. 35-48; J.J. Rasch, Das Mausoleum der Kaiserin Helena in Rom und der «Tempio della Tosse» in Tivoli, mit Beiträgen von F.W. Deichmann, A. Tschira und B. Brenk, Mainz am Rhein 1998, pp. 56-59, 66 sgg.; Z. Mari, Scoperte archeologiche nel territorio tiburtino e nella Valle dell’Aniene (VIII), “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte” 84, 2011, pp. 130-143, n. 2; Id., La presenza dell’Imperatore Augusto a Tibur, “I Quaderni di Arcipelago” 2, 2019, p. 23; F. Ferruti, Tivoli nel medioevo, in Tivoli. Tremila anni di storia, Tivoli 2020, pp. 70-71; Z. Mari, F. Ferruti, Tivoli nell’alto Medioevo, in Città e territorio: il Lazio medievale. Urbanistica e architetture nei centri di Diocesi tra tardo antico e altomedioevo (Atti del convegno, Segni 2016), a cura di F. Colaiacomo, c.s.

Fig. 1. Localizzazione nella Carta archeologica (da C.F. Giuliani, 1970)
Fig. 1. Localizzazione nella Carta archeologica (da C.F. Giuliani, 1970)

Fig. 2. Veduta dell’area circostante
Fig. 2. Veduta dell’area circostante

Fig. 3. Pianta (da C.F. Giuliani, 1970)
Fig. 3. Pianta (da C.F. Giuliani, 1970)

Fig. 4. Particolare dell’interno
Fig. 4. Particolare dell’interno

Fig. 5. Particolare dell’interno
Fig. 5. Particolare dell’interno

Fig. 6. Particolare dell’interno
Fig. 6. Particolare dell’interno

Fig. 7. Nicchia rettangolare
Fig. 7. Nicchia rettangolare

Fig. 8. Particolare della cupola
Fig. 8. Particolare della cupola

Fig. 9. Veduta di F. Piranesi (1763)
Fig. 9. Veduta di F. Piranesi (1763)

Fig. 10. Veduta di L. Rossini (1826)
Fig. 10. Veduta di L. Rossini (1826)

Fig. 11. Foto T. Ashby (1897)
Fig. 11. Foto T. Ashby (1897)

Fig. 12. Colonna inscritta
Fig. 12. Colonna inscritta

Fig. 13. Colonna inscritta
Fig. 13. Colonna inscritta

Fig. 14. Absidiola Nord-Ovest
Fig. 14. Absidiola Nord-Ovest

Fig. 15. Absidiola Sud-Ovest
Fig. 15. Absidiola Sud-Ovest

Fig. 16. Affresco dell’absidiola Sud-Ovest
Fig. 16. Affresco dell’absidiola Sud-Ovest

“Strade secondarie dell’Italia antica”

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CONVEGNO STRADE SECONDARIE DELL’ITALIA ANTICA – 29 maggio 2020

Comitato organizzatore: Luigi Capogrossi Colognesi, Giovanna Cera, Marcello Guaitoli, Lorenzo Quilici, Stefania Quilici Gigli

Il convegno non si è tenuto per l’emergenza sanitaria in corso, ma i lavori sono stati regolarmente presentati e saranno pubblicati nel prossimo volume dell’Atlante Tematico di Topografia Antica, 31, 2021.

Il nostro consigliere dott. Zaccaria Mari ha partecipato con un saggio dal titolo “Percorsi viari minori fra Salaria e Prenestina”, ove parla abbondantemente anche delle strade intorno a Tivoli e nella Valle dell’Aniene.

Per ora sono stati diffuse le brevi sintesi in italiano e in inglese di tutti i contributi presenti nel numero.

Scarica le brevi sintesi dei contributi

Da sabato 13 giugno 2020 riaperto il Museo della Città in Piazza Campitelli a Tivoli, con nuovi orari.

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I luoghi della cultura riaprono alla città dopo le lunghe settimane di lockdown causato dall’emergenza sanitaria del Covid-19. Settimane durante le quali, però, pur rimanendo le porte dei luoghi culturali e artistici chiuse, si è continuato a lavorare per essere pronti alla ripartenza. Da sabato 13 giugno 2020, dunque, il Museo della città di Tivoli ospitato all’interno dello storico complesso della Missione, in via della Carità, su piazza Campitelli, è tornato fruibile ed ha recuperato quel suo importante ruolo di spazio per la conservazione e la promozione del patrimonio storico e artistico di Tivoli che ha assunto negli ultimi anni.

Il museo osserverà in questa prima fase nuovi orari per il pubblico con le seguenti modalità:

–          sabato, domenica e festivi, orario continuato dalle 10 alle 18;

–          non è necessaria la prenotazione;

–          ingresso consentito a un massimo di 30 persone per volta;

–          rispetto delle norme igieniche, di sicurezza e prevenzione anti Covid-19: obbligo d’indossare mascherine, igiene delle mani, distanziamento fra persone.

All’interno del museo, distribuita su tre piani secondo approcci tematici che riproducono un vero e proprio viaggio nella storia, è allestita l’esposizione “Lapis Tiburtinus, la lunga storia del travertino”, alla quale hanno collaborato l’Istituto Villa Adriana-Villa d’Este, la Soprintendenza territoriale di Stato, la Società tiburtina di storia e d’Arte e il Centro per la valorizzazione del Travertino romano, ed è stata curata dalla consigliera del sindaco per i Musei civici Maria Antonietta Tomei, insieme allo storico imprenditore del travertino Fabrizio Mariotti, che ha finanziato il catalogo dedicato all’esposizione.

La mostra, che ha già riscosso un ottimo successo di pubblico e di critico, interrotta a causa dell’epidemia, è stata prorogata sino al 30 settembre.

“Riapre un luogo punto di riferimento per la cultura tiburtina. Invitiamo i cittadini a visitare, per chi non lo avesse fatto ancora, o di tornare a rivedere la mostra dedicata a un pezzo importante della storia di Tivoli, della sua cultura e della sua economia”, esorta il sindaco Giuseppe Proietti, “in particolare gli studenti, perché c’è molto da scoprire e da imparare, non soltanto sulla città, ma anche sul resto del mondo. La pietra tiburtina, le cui cave più importanti si trovano nel territorio dell’antica Tibur, ha avuto, infatti, una vastissima diffusione nell’architettura romana di tutti i tempi e oggi è nota e ricercata ovunque”. Sono in travertino, ad esempio, il Colosseo e piazza San Pietro, la Fontana di Trevi e le Fontane di piazza Navona, ma anche architetture come il Getty Center di Los Angeles, la Moschea di Algeri, la Banca di Cina a Pechino, l’Eur e le sculture di Henry Moore.

Pur se questo tipo di pietra viene estratto anche in altre regioni italiane e del mondo, ancora oggi dall’area di Tivoli e Guidonia Montecelio (l’ager tiburtinus) ne proviene la maggior quantità e la migliore qualità”

Intanto sono in corso i lavori di adeguamento per la riapertura anche di Rocca Pia, che dovrebbe avvenire a breve.

Presentato il volume “Tivoli tremila anni di storia”

Il giorno giovedì 11 giugno 2020 è stato presentato, tramite la piattaforma per videoconferenze Zoom, il volume “Tivoli tremila anni di storia”, pubblicato dalla collaborazione del Rotary Club di Tivoli con la Società Tiburtina di Storia e d’Arte.

Il testo fa il punto sulla storia di Tivoli, in base agli ultimi studi, scoperte e ricerche, da parte di alcuni tra i più prestigiosi specialisti della storia locale, con l’intervento anche del giornalista Raffaele Alliegro, che parla degli ultimi trent’anni della nostra città.

Il volume, finanziato dal Rotary Club di Tivoli, purtroppo non è in vendita, ma riservato ai soci del sodalizio.

Copertina_Tivoli_Tremila_anni_di_storia

Indice_Tivoli_Tremila_anni
Questo l’indice del volume

Un ricordo del Premio “Bulgarini” anni ’70 dello scrittore tiburtino Luigi Brasili

Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo la prefazione al libro “C’era una volta un re” dello scrittore tiburtino Luigi Brasili.

Prefazione dell’autore sul libro “C’era una volta un re”.

 Quando l’Editore mi ha chiesto di preparare una serie di schede didattiche sui luoghi e i temi trattati in questo libro, ho iniziato naturalmente con gli argomenti per i quali sapevo di potermi affidare alla mia memoria, visto che nel rione in cui è ambientata la storia sono cresciuto e vi ho abitato per quasi trent’anni. Ma per approfondire i temi, per trovare altri spunti e rinfrescare i ricordi, nonché per evitare di scrivere strafalcioni indotti dall’eccessiva fiducia nella memoria suddetta, ho consultato ovviamente gli archivi digitali che grazie a Internet sono disponibili con pochi click. Cito su tutti Wikipedia e il sito web TiburSuperbum, mentre per le fonti cartacee ho utilizzato soprattutto il libro Storia e monumenti di Tivoli, (Renzo Mosti, Società Tiburtina di Storia e d’Arte , pref. 1968 Tipografica S. Paolo).

A proposito di questo libro, mi ha fatto un certo effetto tornare a sfogliarlo dopo tutti questi anni. Ricordo bene quel giorno di tanto tempo fa quando, alunno di quinta elementare, andai a sostenere l’esame davanti alla commissione del premio Bulgarini… Mamma mia che paura quel lungo corridoio deserto della scuola di via del Collegio, per andare nell’aula dove i professori aspettavano famelici di coprirti di domande sul testo… Per chi non ricorda e per chi non è di Tivoli, all’epoca c’era questo concorso molto prestigioso, rivolto alle quinte elementari, concorso che verteva sulla storia di Tivoli. Gli alunni selezionati dagli insegnanti di ogni istituto dovevano prepararsi utilizzando il libro del Mosti come base di studio, e quelli che si dimostravano più preparati (o meno impacciati) venivano poi premiati nel corso di una cerimonia pubblica che, almeno ai miei tempi, si teneva nel (fu) Teatro Italia. E, sempre in tema di ricordi, come ho visto la copertina del libro in questione ho avuto questo flashback della mano del mio maestro, Otello Boanelli, che me lo consegnava, fiducioso e certo che mi sarei fatto onore nella tenzone. È stata un po’ anche “colpa” del mio maestro, e dei suoi insegnamenti, se sono cresciuto con questa “malattia” della parola scritta; infatti sempre lui mi prestò il primo romanzo della mia “carriera” di lettore, quando avevo otto anni, I misteri della giungla nera di Emilio Salgari.

In merito alla storia raccontata in C’era una volta un re, devo confessare che mi sono divertito molto ad accompagnare Cecilia con lo zio e i fratelli in questa avventura sulle strade che ho battuto migliaia di volte; è stato un po’ ritrovarsi tra volti e voci, emozioni e situazioni dell’infanzia che ho condiviso con tanti altri, alcuni dei quali purtroppo non ci sono più. Non mi metto a fare nomi, ma chi sa capirà chi sono coloro a cui mi riferisco, perché sono sicuro che ognuno, come me, ha un personale angolino di memoria riservato a molte di queste persone, giovani o grandi, che c’erano una volta insieme a noi.

Ripercorrere quei luoghi, nero su bianco, rivedere quei volti e riascoltare quelle voci mi ha dato anche modo di far galoppare non poco la fantasia sull’onda dei ricordi reali; pertanto non posso escludere che in futuro mi “scappi” di scrivere nuove storie all’ombra della Sibilla…

Ovviamente nelle descrizioni mi sono preso qualche libertà, mentre in un paio di casi, contrariamente a quanto dichiara giustamente l’Editore, ho inserito persone reali che, ne sono certo, non avranno di che lamentarsene.

Tornando alle schede, inserite a uso e consumo di insegnanti, alunni o semplici curiosi, non posso mettere la mano sul fuoco affermando che non ci sia qualche inesattezza malgrado l’impegno certosino che vi ho profuso; in tal caso di sicuro capirete che non s’è fatto apposta.

In ultimo, volevo ringraziare quanti hanno contribuito in qualche modo a questo lavoro: l’Editore e tutti i suoi collaboratori, con cui è sempre un piacere lavorare; Elisa Todisco, per i bellissimi disegni; poi mio fratello Fabrizio, per avermi prestato il libro di Mosti e fornito qualche chiarimento su alcuni aspetti storici e architetturali; e, naturalmente, last but not least, il mio maestro Otello, che riposi in pace.

 p.s.

Giusto per precisare, l’esame del concorso andò malissimo, contrariamente alle forti aspettative del maestro; feci quasi scena muta, con una specie di mostruosa creatura che durante il colloquio mi serrava le labbra dall’interno e mi contorceva lo stomaco. Ma in fondo, meglio così: perché c’è sempre un esame, prima o poi, da superare; e il modo migliore è presentarsi preparati per ogni evenienza, consapevoli che verranno altre occasioni di tentare, così come altre prove da sbagliare. Altrimenti, se tutto fosse facile, non ci sarebbe motivo di cimentarsi, e soprattutto non ci sarebbe alcuna soddisfazione a superare la prova, né alcuna motivazione per andare avanti.

……………………..

Luigi Brasili è nato nel 1964 a Tivoli, dove vive tuttora. Ha sempre amato la parola scritta, fin da bambino, ma ci si è messo d’impegno a partire dalla fine del 2003, ottenendo più di un centinaio di riconoscimenti in concorsi e selezioni editoriali su tutto il territorio nazionale e classificandosi al primo posto in una trentina di premi letterari. Ha pubblicato racconti in decine di libri e riviste, per vari editori e testate tra cui Fanucci, Rai-Eri, Cronaca Vera, Delos Science Fiction. Suoi racconti sono stati letti in trasmissioni radiofoniche e università.
Ha pubblicato inoltre i seguenti libri:
La strega di Beaubois (Magnetica, Napoli – dicembre 2006);
Lacrime di drago (Delos Books, Milano – marzo 2009);
La stirpe del sentiero luminoso (La Penna blu, Barletta – dicembre 2011);
Il lupo (Delos Digital, Milano – novembre 2013);
Il ritorno del lupo (Delos Digital, Milano – gennaio 2014);
Il tempio dei sette (Delos Digital, Milano – marzo 2014);
Stelle cadenti (Delos Digital, Milano – maggio 2014);
C’era una volta un re (La Penna blu, Barletta – dicembre 2014);
La scomparsa dell’elfo (Delos Digital, Milano – maggio 2015);
Sotto rete, tutta un’altra storia (ASD Andrea Doria – dicembre 2015)
Trilogia Figli della notte (Delos Digital, Milano – novembre 2016)
A gennaio 2017: Sherlock Holmes e il tempio della Sibilla nella collana Sherlockiana sempre della Delos Digital.

Qui sotto la copertina di un libro di argomento …. tiburtino

Brasili_Sibilla

 

 

 

 

TIVOLI E LE SUE VILLE – LE RIAPERTURE AL PUBBLICO E LE INIZIATIVE, di A.M.P.

"Tivoli-Villa Gregoriana-Ingresso" Ediz. P(rovizi) L(epanto)-Tivoli (courtesy Roberto Borgia, 2017)
“Tivoli-Villa Gregoriana-Ingresso” Ediz. P(rovizi) L(epanto)-Tivoli

TIVOLI E LE SUE VILLE – LE RIAPERTURE AL PUBBLICO E LE INIZIATIVE

Villa Gregoriana ha riaperto al pubblico, Villa d’Este è pronta ad accogliere i visitatori, per Villa Adriana bisogna ancora attendere (vedi sotto l’aggiornamento).

Da mercoledì 27 Maggio 2020 si potrà tornare nel giardino cinquecentesco più famoso della nostra regione, quello di VILLA D’ESTE: sono pronti nuovi percorsi, rispettosi delle norme anti-contagio e capaci di offrire contenuti ed esperienze di grande intensità, per una fruizione lenta, ma profonda e consapevole, in un contesto di grande tranquillità dovuta alla presenza di pochi ospiti.

Inoltre è stata studiata una nuova tariffazione vantaggiosa, dedicata al pubblico di prossimità, compreso quello della città di Roma, e favorevole anche per chi voglia vivere pienamente il contesto territoriale delle Villae.

Il complesso di Villa d’Este rispetta ora il seguente orario di apertura: 8.30 – 19.30 (la biglietteria chiude alle 18.45).

Lunedì l’apertura è dalle ore 14.00.

L’ingresso per i visitatori è su Piazza Trento, l’uscita obbligatoria, da Piazza Campitelli.

La durata massima della visita prevista è di 2 ore.

Durante la chiusura imposta dall’emergenza, l’Istituto Villae ha svolto lavori la cui organizzazione di cantiere sarebbe risultata invadente rispetto alla fruizione turistica, in particolare sul verde. Oltre alle necessarie cure fitosanitarie, sono state effettuate potature stagionali per garantire la forma topiaria delle siepi, nonché operazioni straordinarie di riassetto della distribuzione volumetrica delle masse verdi e di ripristino delle direttive ottiche e focali che caratterizzavano, dalla sua formulazione ideativa, la Villa.

Nel contesto estense prosegue la mostra “Apres le dèluge”: viaggio fra opere riemerse e misconosciute, allestita nella duplice sede di Villa d’Este e del Santuario di Ercole Vincitore. L’esposizione valorizza un nucleo di opere appartenenti a collezionisti privati per la prima volta esposte in una istituzione museale e oltre 40 reperti antichi recuperati dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

Martedì 26 maggio VILLA ADRIANA, vincitrice del Contest Visit Lazio, nel rispetto della normativa vigente e in attesa della riapertura al pubblico, riaprirà invece le porte a una ristretta platea di operatori del settore turistico per condividere e predisporre il nuovo progetto di accoglienza e fruizione del sito maturato nei mesi di emergenza. Presenzierà la dott.ssa Benedetta Adembri, responsabile di Villa Adriana.

La Villa imperiale, durante la chiusura imposta dall’emergenza, oltre ad aver sperimentato una gestione delle aree dedicate a prato, ha partecipato con la FAI (Federazione Apicoltori Italiani) al Progetto ApinCittà, per il biomonitoraggio ambientale mediante impianto alveari di ape italiana, già documentato su questa pagina.

La residenza imperiale è poi pronta con il progetto espositivo: “Villa Adriana tra Cinema e UNESCO” (29 giugno – 30 settembre), con cui celebrerà l’iscrizione al patrimonio mondiale dell’umanità e la fortuna nel cinema del sito, ormai parte di un immaginario universale e condiviso.

La mostra è legata al Villae Film Festival con il quale l’Istituto indaga il rapporto tra cinema e arte.

È possibile tornare, dal 22 maggio scorso, su prenotazione anche a VILLA GREGORIANA. L’orario di apertura è dalle 10.00 alle 18.00, con uscita dal Parco per le 19.00.

Occorre prenotare il biglietto su www.parcovillagregoriana.it e avere qualsiasi informazione al numero 0774 332650.

(A. M. P.) (dalla pagina Facebook del NOTIZIARIO TIBURTINO)

 Aggiornamento:

«Giovedì 28 maggio tocca a Villa Adriana la cittadella costruita dall’imperatore Adriano nella prima metà del II secolo. Villa Adriana riapre all’insegna di nuovi percorsi rispettosi delle norme anti-contagio. La parola d’ordine è  fruizione lenta, profonda e consapevole. Inoltre, è stata studiata una tariffazione dedicata al pubblico di prossimità, compreso quello di Roma, e favorevole anche per chi voglia vivere pienamente il contesto territoriale delle Villae. Si tratta di un’occasione per ammirare i siti tiburtini in una condizione di grande tranquillità dovuta alla presenza di pochi ospiti.Da mettere in agenda il progetto espositivo “60/20: Villa Adriana tra Cinema e UNESCO” (29 giugno – 30 settembre), che celebra l’iscrizione al patrimonio mondiale dell’umanità e la fortuna nel cinema del sito, ormai parte di un immaginario universale e condiviso. La mostra è intimamente legata al Villae Film Festival con il quale l’Istituto indaga il rapporto tra cinema e arte.

E a Villa Adriana non mancano le novità visto che il patrimonio in consegna al direttore Andrea Bruciati, diventa sempre più “bio”. Dopo l’olio e il pizzutello, arriva anche il miele di Adriano. «Nel parco sono state impiantate le prime arnie come tester biologico – racconta Bruciati – poi espanderemo il progetto anche al vigneto di Villa d’Este e all’area sull’Aniene del Santuario. Da lì produrremo tre diversi tipi di miele fra cui quello di “Styrax”, fiore tipico della zona con proprietà benefiche incredibili».  (da Il Messaggero online del 27 maggio 2020)

Disponibile l’importante pubblicazione di Franco Sciarretta sul “Bollettino di Studi Storici ed Archeologici di Tivoli”, con dati statistici, errata corrige ed indici analitici.

 

Questa importante pubblicazione, frutto di un accurato e paziente studio del prof. Franco Sciarretta, consigliere della Società Tiburtina di Storia e d’Arte, permette di spaziare nelle annate di pubblicazione di questa storica rivista, edita a Tivoli dal 1919 fino al primo trimestre del 1939,  con dati statistici, errata corrige ed indici analitici.

La Rivista, dalla prima annata all’annata 1934 è disponibile sul nostro sito nella sezione Pubblicazioni … Riviste.

Cliccando sulla copertina sotto sotto riportata si potrà scaricare la pubblicazione del prof. Franco Sciarretta.

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Un articolo sulla Deposizione, apparso sull’Osservatore Romano.

 

Supplica e devozione orante

L’affresco raffigurante la Deposizioneconservato nell’oratorio di San Pellegrino

La Deposizione nell’arte del XIII secolo

10 aprile 2020

La deposizione del corpo di Gesù dalla croce da parte di Giuseppe di Arimatea viene menzionata solo brevemente nei racconti evangelici della Passione. Di fatto, risultano solo pochi commenti sulla croce e Passione di Gesù risalenti ai primi secoli del cristianesimo e nessuna raffigurazione; pertanto, anche la piccola scena della deposizione, malgrado la sua drammaticità, passò ampiamente inosservata. Solo a partire dal ix secolo il tema venne ripreso nell’arte e, cosa alquanto curiosa, ciò avvenne quasi in contemporanea nella tradizione bizantina e in quella occidentale: inizialmente in due miniature, ma poi anche in molteplici altri modi, sia nella scultura sia nella pittura. Possiamo senz’altro affermare che già nel romanico, all’incirca nel XII e XIII secolo, la deposizione era diventata un’immagine di culto popolare, prima di imporsi veramente, a partire dal XIV, come stazione della via crucis.

Prima di soffermarci su due straordinari esempi di deposizione del XIII secolo dell’Italia centrale, è bene dedicare l’attenzione alle fonti storiche di quell’evento. La deposizione del corpo di Gesù dalla croce viene menzionata esplicitamente nei vangeli di Marco, Luca e Giovanni. Anzitutto viene citata la persona che ha preso l’iniziativa e compiuto il gesto, un certo Giuseppe di Arimatea, membro del sinedrio e «persona buona e giusta», come narra Luca (23, 50). Nel vangelo di Giovanni appare anche Nicodemo, «un capo dei Giudei» (3, 1), che precedentemente si era recato da Gesù “di notte” per parlare con lui. Nei vangeli sinottici, però, non viene menzionato.

L’atto stesso, la “schiodatura”, come è detto nella liturgia greca, viene descritto in modo diverso nei vangeli: mentre i sinottici Marco e Luca parlano semplicemente di “calare”, Giovanni usa una parola greca più metaforica, aírō, che significa “sollevare”, “portare”, “prendere su di sé”. Il corpo viene calato dalla croce da Giuseppe di Arimatea (19, 38), un dettaglio sempre raffigurato con grande forza espressiva nell’arte.

Il tema della deposizione diventa sempre più frequente nell’Italia centrale a partire dal XIII secolo, non solo nella pittura e nei rilievi su pietra, ma anche in una serie di sculture lignee, che probabilmente venivano esposte nelle processioni e nelle rappresentazioni sacre. Uno straordinario esempio di ciò si trova nel duomo della città di Tivoli, a una trentina di chilometri a est di Roma. Le figure della Madre di Dio, di san Giovanni, e anche quelle più piccole di Giuseppe di Arimatea e di Nicodemo, sono collocate singolarmente intorno alla Croce, dalla quale Gesù si china verso il basso con le braccia aperte. Probabilmente in origine Giuseppe stava su una scala mentre Nicodemo reggeva un attrezzo, come si può ancora vedere in una scultura simile a Vicopisano, nei pressi di Pisa. Diversamente dal gruppo scultoreo toscano, però, il Cristo di Tivoli spicca per la sua espressione “viva”. Il capo leggermente reclinato e le braccia aperte, sembra chinarsi in modo protettivo e consolatore sugli astanti. Maria e Giovanni sembrano rispondere a questo gesto con le braccia alzate, a indicare colui che è più grande, suggerendo così anche un invito alla preghiera rivolto all’osservatore.

Questa raffigurazione della cosiddetta deesis, ovvero della supplica, con la Madre a destra e il discepolo amato, Giovanni, alla sinistra di Cristo, era diffusa a Bisanzio sin dai tempi più antichi, raggiungendo in seguito anche l’Occidente. Il Crocefisso, inoltre, ha sul capo una corona, un riferimento al Re che è venuto per costruire il suo regno di giustizia e di pace. Questo Re riunisce le persone davanti alla sua croce. Sembra quasi che Giuseppe e Nicodemo vogliano salire da Colui che, inchiodato sulla croce, fece al ladrone una promessa solenne: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso» (Luca 23, 43).

A creare un certo contrasto con il Cristo “vivo” di Tivoli è la straordinaria raffigurazione della deposizione di Bominaco. Si trova nel piccolo oratorio di San Pellegrino, che fa parte di quello che era un complesso monastico nel paesaggio solitario dei monti abruzzesi, a una trentina di chilometri a est dell’Aquila. Anche questo affresco risale al XIII secolo. È stato realizzato da un artista sconosciuto — uno degli almeno tre pittori che hanno affrescato interamente gli interni della chiesa — detto il “maestro di Bominaco”. Il monastero di Bominaco era in un certo senso un luogo d’incontro tra Oriente e Occidente. Fondata dall’abbazia carolingia di Farfa, con i suoi stretti legami culturali con il regno dei Franchi, la comunità monastica di Bominaco conosceva anche la tradizione greco-bizantina della costa adriatica. Ne risultò una straordinaria sintesi di devozione bizantina e occidentale, espressa dagli affreschi dell’oratorio.

La piccola scena della deposizione, qui, è particolarmente degna di nota, poiché sotto molti aspetti esula dai canoni classici della pittura bizantina. Certo, vi si ritrovano motivi noti, come la rappresentazione simile alla deesis della Madre di Dio e di san Giovanni. Anche quello di Giuseppe di Arimatea che, in piedi su una scala, abbraccia e prende su di sé il corpo reclinato di Gesù lo conosciamo dalla tradizione occidentale. Maria e Giovanni, però, non stanno da parte, ma raccolgono anche loro il corpo e baciano le ferite in un gesto di riverenza. Giovanni, per giunta, tocca Gesù con mani velate, il che esprime la sua condizione di peccatore dinanzi al mistero della redenzione divina.

Per quanto riguarda Maria, la mano di Gesù ricopre metà del suo volto, come se il Figlio, al di là della morte, stesse consolando sua madre e asciugando le sue lacrime. Le due mani trafitte creano anche una sorta di collegamento tra Maria e Giovanni. La morte del Figlio crea qui un nuovo legame d’amore tra coloro che rimangono.

La particolarità sta però nella seconda e misteriosa donna dalla veste purpurea, che abbraccia il Crocefisso da dietro e si stringe a lui con espressione triste. Sovrasta Gesù ed esce chiaramente dalla cornice dell’immagine. Chi è quella donna, che appare anche in altre immagini del ciclo della Passione a Bominaco? Potrebbe trattarsi di una delle donne che poi si recano al sepolcro, le sante Mirofore, alle quali la liturgia ortodossa ha dedicato una festa propria? La donna dell’immagine sfiora la guancia di Gesù con gesto amorevole. Cerca anche di inalarne l’ultimo respiro. Secondo il vangelo di Giovanni, al momento della morte è giunta la sua “ora”. Egli viene elevato alla destra del Padre. Ma i seguaci si stringono al corpo senza vita e formano una comunità di amore. “Dio è amore”, dice Giovanni, e «chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1 Giovanni 4, 16). La Chiesa fissa questo mistero e cerca di coglierlo sempre più in profondità.

Abbiamo contemplato qui due raffigurazioni completamente diverse della deposizione. Sono al tempo stesso due interpretazioni dell’evento della redenzione, una più vicina alla tradizione dei vangeli sinottici, l’altra più legata al pensiero giovanneo. Entrambe, però, esprimono chiaramente come la vita, la Passione e la morte di Gesù siano state contraddistinte dal suo amore per gli uomini, che va oltre la sua morte sulla croce e continua a operare nella Chiesa.

di Winfried König

(L’articolo ci è stato segnalato dal prof. Francesco Ferruti)

Aggiornamento sul Premio “Francesco Bulgarini”

 

5 aprile 2020: è il 3235° anniversario di Tivoli e della sua mitica fondazione.

Tutto è pronto per la Cerimonia di premiazione del «Premio Bulgarini sulla storia di Tivoli», istituito dallo storico tiburtino cav. Francesco Bulgarini nel 1856 e ora ripristinato dopo quasi cinquant’anni dalla sua interruzione.

La Famiglia Bulgarini, di concerto con la Società Tiburtina di Storia e d’Arte, ha inteso ripristinare, dopo un’interruzione di quasi cinquant’anni e a partire dal corrente anno scolastico 2019/2020, questo storico progetto educativo e formativo a beneficio delle ragazze e ragazzi delle classi quinte delle scuole primarie del territorio comunale di Tivoli, ritenendo di fondamentale rilevanza il coinvolgimento delle nuove generazioni tiburtine e delle loro famiglie, in modo da alimentare nuovamente la conoscenza, l’orgoglio e la passione per la città e la sua storia.

Per l’A.S. 2019-20 hanno partecipato 276 studenti (tra alunne e alunni) delle Quinte classi “primarie” delle seguenti Scuole:

– Tivoli I (con 5 classi del plesso “Pertini” e “Don Nello Del Raso”)

– Tivoli II (con 5 classi della “Igino Giordani” e del “bivio di S. Polo”)

– Convitto Naz. “A. di Savoia” (con 4 classi)

– Scuola “Taddei” (con 1 classe).

Agli studenti che sono risultati vincitori, due per ogni classe partecipante al Premio, verranno conferite medaglie d’argento o bronzo, coniate come quelle antiche, con relativo diploma.

A tutti gli alunni delle classi partecipanti sarà inoltre consegnato il diploma nominativo di “Sostenitore del patrimonio storico, artistico e naturale di Tivoli”.

Ora, la cerimonia di premiazione, già ufficialmente fissata per giovedì 16 aprile 2020, alla presenza anche delle maggiori autorità cittadine, è rinviata a data da destinarsi.

Ma Tivoli è sopravvissuta per 3235 anni!

E saprà attendere, insieme a tutti noi, prossimi tempi migliori.

«Ad multos annos, Tibur!»

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