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Mostra “Le grandi Ville romane”

Dopo il lungo periodo di chiusura e di lontananza dal pubblico dovuto all’esigenza di rispettare tutte le prescrizioni necessarie per arginare la diffusione del Sars-Cov-2, riapre il Museo della città di Tivoli. A partire da mercoledì 16 giugno 2020 il museo di via della Carità finalmente è tornato a essere visitabile, con la straordinaria occasione della mostra “Le grandi ville romane del territorio tiburtino”, alla quale l’amministrazione comunale ha lavorato a lungo insieme alla consigliera del sindaco per i musei civici Maria Antonietta Tomei, curatrice della mostra, con la collaborazione dell’Istituto autonomo Villa Adriana e Villa d’Este, della Soprintendenza per l’Archeologia, le Belle arti e il Paesaggio per l’area metropolitana di Roma e della Provincia di Viterbo.

La mostra sarà visitabile sino alla fine dell’anno (salvo eventuali proroghe), nei seguenti orari: 

–           dal martedì al venerdì, h 15-18;

–           sabato e domenica, h 10-18.

Per avere informazioni è possibile chiamare allo 0774 453235, oppure scrivere a: polomusealetivoli@comune.tivoli.rm.it

L’ingresso è libero e non è obbligatorio prenotare; le visite saranno comunque contingentate per mantenere una forma di sicurezza e di prevenzione rispetto al rischio di contagio da Sars-Cov-2.

La mostra sulle Ville romane del territorio tiburtino segue quella sul travertino (il lapis Tiburtinus), e riguarda un aspetto molto importante e caratteristico di Tivoli e del suo comprensorio, forse sinora poco trattato e, quindi, anche poco conosciuto: le ville romane.

Essendo quello tiburtino un territorio ricco di acqua, vegetazione e splendidi paesaggi, a pochi passi da Roma, le ville di otium, dove i proprietari potevano rilassarsi e dedicarsi alle loro attività preferite, erano molto diffuse. Molti personaggi illustri della storia romana possedevano sin dal I secolo a.C. ville lussuose, come segnalano i testi latini. Tra loro, per citarne alcuni: Bruto, Cassio, Orazio, Catullo, Properzio, Quintilio Varo, Mecenate. La mostra illustra anche tre percorsi pedonali (e ciclabili), molto rilevanti dal punto di vista paesaggistico e ambientale e amati dai tiburtini, che l’Amministrazione ha in programma di valorizzare e di dotare di pannellistica: il percorso Piranesi; la via di Pomata; il percorso San Marco, lungo i quali è possibile imbattersi nei resti archeologici di alcune delle più importanti ville romane. Partendo da villa d’Este, e attraversando in parte la città, dopo una suggestiva passeggiata che permette di ammirare monumenti antichi e splendidi panorami, si arriva a Villa Adriana.

«Con la riapertura del Museo della città torniamo a vivere e respirare la cultura che in questi mesi non abbiamo potuto vivere appieno, a causa della pandemia da Covid-19», dice il sindaco Giuseppe Proietti. «E sarà possibile a partire da una mostra davvero importante, dedicata alle ville romane del territorio tiburtino, tra cui alcune sono ancora da scavare e indagare: realizzazioni antichissime in grado ancora oggi di suggerire un ricordo del loro originario splendore di opere edificate soprattutto tra la fine dell’età repubblicana e l’età augustea. Molti sono i personaggi che hanno reso grande Roma e preferirono Tivoli come sede per le loro residenze. Tra le ville spicca Villa Adriana, voluta dall’imperatore Adriano per ricostruire a Tivoli i monumenti più significativi che lo avevano affascinato nei suoi viaggi nell’Impero. Ringrazio tutti coloro che hanno preso parte all’allestimento di questa mostra: ci sono opere d’arte, sculture soprattutto, date in prestito dalla Soprintendenza e dall’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este; ci sono immagini che testimoniano del grande interesse che in tutto il mondo, ma soprattutto nell’Europa dei decenni del Grand Tour avevano attirato qui visitatori rimasti affascinati dalle presenze che oggi è possibile visitare attraverso questa mostra. Non solo: il 2020 è stato l’anno del terzo centenario della nascita di Giovanni Battista Piranesi, artista particolarmente legato a Tivoli, e il Museo della città ha esposto, per celebrarne la grandezza, 28 litografie messe a disposizione dalla “Galleria 90” di Tivoli. Con l’occasione si propone anche un “Percorso piranesiano” a tappe nel territorio tiburtino. Invito i tiburtini e i turisti che incominciano a riscoprire il sapore del viaggio dopo le chiusure, a venire a godere di questo “bel sapere”, aiutando così anche la ripresa del settore della cultura particolarmente colpito e rimettendo anche in moto corpo e spirito con le passeggiate paesaggistiche e culturali nel nostro ricchissimo territorio. Questo è anche il ventesimo anno dall’iscrizione di Villa d’Este nei siti Unesco: un motivo in più per visitarne le bellezze».

 «Le grandi ville di età romana del territorio tiburtino, alle quali è dedicata la mostra nel Museo della città, si collocano principalmente sulle pendici collinari aperte verso la campagna romana, in particolare quelle di Colle Ripoli e di Monte Sant’Angelo in Arcese», spiega Tomei: «L’antica Tibur era infatti apprezzata soprattutto per la sua splendida posizione collinare, oltre che per la particolarità delle sue caratteristiche orografiche e naturali e per la ricchezza delle acque. Come noto, il territorio tiburtino e in particolare la zona, qui considerata, della via di Pomata e del limitrofo percorso San Marco, era attraversata da ben quattro degli acquedotti che rifornivano Roma; anche a Tivoli l’abbondanza di acqua favorì l’addensarsi delle ville, che appartenevano quasi esclusivamente alla ricca aristocrazia senatoria romana, lungo i loro tracciati. Tivoli era rinomata, come attestano gli autori latini, per la coltivazione della vite e soprattutto dell’ulivo. Come scrive lo studioso tiburtino Franco Sciarretta “Non si può immaginare Tivoli senza gli olivi, che ricoprono gran parte del suo territorio”; i maestosi alberi secolari si mescolano agli imponenti resti delle ville romane sulle pendici collinari e le strade che immettono negli oliveti più importanti spesso coincidono con i percorsi che ci avvicinano ai ruderi.  La stretta relazione tra strutture archeologiche e coltivazioni di olivi, tra arte e natura, è un elemento specifico dell’ambiente tiburtino, difficile da ritrovare in altre parti d’Italia. E proprio l’unicità del territorio di Tivoli aumenta il valore e impone la tutela e la valorizzazione dei percorsi di Pomata e di San Marco, che necessitano di essere adeguatamente illustrati in tutti i loro aspetti. È questo il fine che l’amministrazione comunale si propone di realizzare con il suo progetto di riqualificazione in corso».

L’invito a visitare la mostra sulle ville romane nello scenario dei tre piani del museo della città, arriva anche dal Direttore dell’Istituto autonomo Villa Adriana e Villa d’Este, Andrea Bruciati, e da Margherita Eichberg, già Soprintendente per l’Archeologia, le Belle arti e paesaggio per l’area metropolitana di Roma la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale.

«Agli occhi dei visitatori della mostra “Le ville romane nel territorio tiburtino”, alla quale con entusiasmo hanno aderito le Villae, si aprono scorci inediti e poco esplorati. Questo viaggio attraverso la ricchezza e l’articolazione di rappresentazioni paesaggistiche consente di dedurre quale sia l’importanza del contesto tiburtino nella storia dell’arte occidentale, nell’ambito della quale ha raggiunto una precipua e pregnante connotazione iconografica solo nel XVII secolo e sempre in una condizione quasi mercantilistica, non di primogenitura del tema», spiega il direttore Bruciati. «Da questo punto di vista gli affreschi di Villa d’Este possono invece rappresentare una svolta cruciale, un primo e fondamentale antecedente d’interesse, proprio perché al loro interno contengono la sintesi dei due momenti, anticipando le riflessioni sul paesaggio e creando una visione della rovina alternativa a quella archeologica. Si assiste pertanto a una progressiva assimilazione del mondo classico, cui non si rimanda più come citazione iconografica ma che diventa modello ontologico vero e proprio: si tratta di una specifica prospettiva tiburtina nella quale l’immissione nell’immaginario di nuovi canoni formali, dovuti alla scoperta di architetture e opere d’arte, diventa fonte di ridiscussione dei modelli di riferimento. Pinturicchio, Michelangelo, Leonardo da Vinci, Morto da Feltro, ma soprattutto Raffaello e la sua Scuola troveranno a Villa Adriana gli stimoli per una nuova koiné».

«Il Museo della città ospita un’esposizione che vuol essere un invito a esplorare il suo territorio, seguendo un filo conduttore di grande suggestione: quello delle ville romane e delle loro infrastrutture», sottolinea Eichberg. «Di esse rimangono imponenti vestigia, che “fanno paesaggio” con il verde degli ulivi e della​ macchia. La mostra, nel riproporre la ricostruzione delle architetture perdute, dedica spazio alle opere che nei secoli sono state cavate tra le loro vestigia, che in questa sede, con la loro ricollocazione virtuale, assumono pieno valore. Un sentito grazie, quindi, agli organizzatori della mostra e agli autori del catalogo. E un “buon lavoro” a quanti, su questa base, innesteranno nuovi contenuti e nuove ed efficaci modalità comunicative».

La mostra è corredata da un catalogo di 343 pagine, con abstracts in inglese,frutto di un importante lavoro di ricerca e di archivio, una base di studio per gli interessati e anche uno spunto per future indagini e approfondimenti; il volume è stato curato da Andrea Bruciati; Margherita Eichberg e Giuseppe Proietti: il coordinamento scientifico è stato di Maria Antonietta Tomei, Zaccaria Mari e Sabrina Pietrobono; il coordinamento editoriale e la bibliografia di Roberto Borgia.

Riconoscimento scientifico al Presidente della STSA

Un significativo riconoscimento scientifico è stato tributato dalla Società Romana di Storia Patria al presidente della Società prof. Vincenzo Pacifici e al consigliere prof. Francesco Ferruti. Il presidente del sodalizio capitolino, prof. Tommaso di Carpegna Falconieri, ha comunicato la valutazione positiva e la conseguente presentazione delle proposte di contributi in “Tempi di epidemie”, numero monografico dell’ “Archivio della Società romana” per il  saggio “Epidemie nel XIX secolo” (Pacifici)  e “La peste a Tivoli nel Medioevo: aspetti sociali, religiosi e culturali” (Ferruti)

Grande successo della visita guidata alla Tibur sotterranea

Con la visita guidata “Alla scoperta della Tibur sotterranea: tra vecchi e nuovi scavi” la Società Tiburtina di Storia e d’Arte ha ripreso le sue attività di relazione con i soci e i simpatizzanti, sospese dall’estate scorsa a causa della pandemia. Il parziale allentamento delle misure restrittive ha consentito di accogliere le richieste di partecipazione di 25 persone, che hanno accettato di buon grado la “cura intensiva” alla quale sono state sottoposte, quasi a voler recuperare il tempo perduto a causa dell’emergenza sanitaria. La visita ha compreso infatti, in successione, i resti della basilica civile del Foro, conservati in varie parti della cattedrale di S. Lorenzo, la torre di S. Caterina e i resti del monastero omonimo, il “Mercato coperto” di via del Colle, la posterula di S. Pantaleone, il criptoportico del palazzo Coccanari Fornari, attuale sede della Biblioteca comunale, e gli avanzi dei poderosi pilastri in travertino che costituivano l’ingresso, dall’odierna piazza dei Selci, dei gradus antichi corrispondenti oggi al vicolo della Scalinata.
Il principale curatore della visita, il nostro consigliere dott. Zaccaria Mari, dopo aver inquadrato la storia e lo sviluppo del Foro tiburtino, che coincide con l’attuale piazza del Duomo, ha guidato i partecipanti a osservare i resti della basilica romana e in particolare la sua abside dietro la tribuna della Cattedrale (fig. 1), oggetto di recenti indagini di scavo, che hanno consentito di raggiungere il livello pavimentale dell’edificio, chiarendone definitivamente la funzione e l’architettura: la basilica non era a cielo aperto ma doveva avere una copertura a tetto. È stato anche possibile percorrere una stretta intercapedine tra il lavatoio pubblico e il fianco destro del Duomo, dove sono stati lasciati in vista tratti della muratura in opus incertum della basilica (fig. 2). Per tutto questo è doveroso ringraziare il parroco della Cattedrale, don Fabrizio Fantini.
Il gruppo si è poi trasferito nell’area dell’ex cartiera Amicucci Parmegiani, eccezionalmente aperta al pubblico grazie al Comune di Tivoli, dove il dott. Mari ha illustrato le fasi costruttive e la funzione della torre di S. Caterina (fig. 3), sostenendo inoltre la necessità di sollecitare le istituzioni competenti a procedere al suo restauro. Il prof. Francesco Ferruti, consigliere della Società Tiburtina, ha poi delineato le fasi storiche del convento di S. Caterina e richiamato l’attenzione sui resti della sua chiesa gotica (fig. 4), ancora abbastanza ben conservati nonostante l’abbandono secolare e alcuni inappropriati adattamenti recenti.
Successivamente la comitiva si è spostata in piazza Domenico Tani, l’antica platea concepita come ampliamento dell’area forense, che era sostenuta da un doppio criptoportico, il cui aspetto è stato ricostruito dal dott. Claudio Vecchi, anch’egli consigliere del nostro sodalizio. Nell’occasione il consocio Tertulliano Bonamoneta, a nome della Società Tiburtina, ha donato a tutti i partecipanti una cartolina riproducente l’incisione di Luigi Rossini con i Portici del tempio d’Ercole (1826), che raffigura in realtà la scenografica facciata a valle del criptoportico, che sarà oggetto di una prossima visita guidata. In piazza Tani è stato possibile visitare anche gli avanzi della chiesa gotica di S. Benedetto (fig. 5), recentemente evidenziati da un appropriato intervento di valorizzazione.
Percorrendo la discesa di via del Colle, dopo una breve sosta presso la “Porta Maggiore” delle antiche mura, ci si è soffermati davanti alla facciata del cosiddetto Mercato coperto (fig. 6), che – come ha spiegato il dott. Mari – costituiva in realtà la copertura di un asse viario più antico, realizzata nella prima metà del I secolo a.C. per creare una platea destinata all’ampliamento della soprastante piazza del Foro. Grazie al consocio Bonamoneta, è stato possibile anche percorrere un breve tratto della via tecta, che si è poi potuto osservare dall’alto accedendovi da via di Postera.
Questa via prende il nome dalla posterula delle antiche mura tuttora conservata in piazza Taddei (fig. 7), la cui funzione è stata illustrata dal dott. Mari, mentre il prof. Ferruti ha ripercorso brevemente le vicende medievali della chiesa di S. Pantaleone, che ha dato il nome attuale alla postierla e i cui resti sono ancora conservati in alcune cantine della zona.
Il gruppo ha poi raggiunto piazza del Tempio d’Ercole, dove sorge il palazzo Coccanari Fornari, che comprende al suo interno un tratto di un antico criptoportico (fig. 8), risalente alla seconda metà del I secolo a.C. e già studiato dal prof. Cairoli Fulvio Giuliani, attuale presidente onorario della nostra Società, nel primo volume della Forma Italiae dedicato a Tibur (1970). Il criptoportico è stato illustrato dal dott. Vecchi, responsabile dello scavo più recente, il quale ha spiegato che il manufatto attualmente visibile era stato preceduto da due fasi edilizie, rappresentate da muri obliqui rispetto al criptoportico stesso. Una di tali fasi è caratterizzata dalla presenza di un bel pavimento con riquadro centrale campito da un reticolato romboidale di losanghe realizzato con tessere musive bianche (fig. 9), che è stato datato alla seconda metà del II secolo a.C. Il criptoportico è stato reso praticabile da un intervento promosso dal Comune di Tivoli, che ci si augura possa presto aprirlo ai visitatori e ai frequentatori dell’attigua biblioteca.
Il criptoportico sottopassava l’odierno vicolo della Scalinata, secondo quanto ha accertato una recente indagine condotta dalla consocia dott.ssa Valentina Cipollari sotto alcuni edifici di piazza dei Selci, che ricorda nel nome il basolato della strada romana tuttora visibile ai piedi del campanile romanico di S. Nicola in Selci. La dott.ssa Cipollari ha sottolineato inoltre come il vicolo stesso abbia ricalcato l’andamento di una gradinata antica, della quale sono ancora visibili i piedritti di accesso in travertino lungo la scalinata medievale (fig. 10).
Si è conclusa così la prima visita guidata della ripresa, che ha riscosso un notevole successo tra gli intervenuti, i quali si sono augurati di poter partecipare in futuro ad altre iniziative promosse dalla Società Tiburtina di Storia e d’Arte, in cui si spera di ampliare il numero dei partecipanti, così da soddisfare le numerose richieste pervenute anche dopo lo svolgimento dell’evento.

Didascalie delle figure richiamate nel testo:
Fig. 1. L’abside della basilica civile del Foro (foto Z. Mari).
Fig. 2. La parete in opus incertum della basilica sul fianco destro del Duomo (foto F. Ferruti).
Fig. 3. La torre di S. Caterina (foto F. Ferruti).
Fig. 4. I resti della chiesa gotica di S. Caterina (foto E. Porrazzo).
Fig. 5. Una colonna pertinente alla chiesa di S. Benedetto (foto F. Ferruti).
Fig. 6. Il “Mercato coperto” (foto Z. Mari).
Fig. 7. La posterula di S. Pantaleone (foto E. Porrazzo).
Fig. 8. Il criptoportico di palazzo Coccanari Fornari (foto E. Porrazzo).
Fig. 9. Il mosaico rinvenuto sotto il criptoportico (foto F. Ferruti).
Fig. 10. Uno dei due piedritti romani in vicolo della Scalinata (foto F. Ferruti).

Fig. 1
Fig. 2
Fig. 3
Fig. 4
Fig. 5
Fig. 6
Fig. 7
Fig. 8
Fig. 9
Fig. 10

Pubblicato il quinto libro dell’opera di Marco Antonio Nicodemi (secolo XVI)

Pubblicato il quinto libro dell’opera di Marco Antonio Nicodemi (sec. XVI) in ristampa anastatica con traduzione a fronte

Finalmente il prof. Roberto Borgia ha pubblicato nel mese di maggio 2021 il quinto libro della prima pentade della Tiburis Urbis Historia del medico tiburtino del XVI secolo Marco Antonio Nicodemi, opera della quale si conosce un solo incompleto esemplare a stampa, conservato nella Biblioteca Universitaria Alessandrina di Roma, collocazione «Rari 159». Perciò l’opera è ormai interamente pubblicata, con riproduzione anastatica dell’unica edizione, traduzione a fronte, note esplicative e indice dei nomi di tutti e cinque i volumi. Il lavoro è stato particolarmente complesso in quanto questo quinto libro ha un numero di pagine maggiore dei primi quattro libri messi insieme, di conseguenza il volume sviluppa ben 364 pagine. Ricordiamo anche che l’opera risulta scritta nel 1589, in quanto sulla fine del capitolo 25 dell’ultimo libro si legge: «anno hoc Sixti Quinti Pontificatus quarto» e nel capitolo 30 si ricorda un avvenimento del 1588: «anno 1588». Il libro parla degli avvenimenti relativi a Tivoli dall’impero di Costantino il grande fino al pontificato del suddetto papa Sisto V. Si tratta di periodi storici molto travagliati per Tivoli, che dovette difendere la sua indipendenza (non sempre riuscendoci) dall’ingerenza del Senato Romano, dei Papi, dei vari Imperatori e dei vari signorotti e capitani di ventura, che in determinati momenti scorrazzavano per l’Italia. Il testo di Nicodemi proprio perché è il primo testo di storia di Tivoli e perché cita iscrizioni e documenti d’archivio ormai introvabili è stato e rimane il punto di partenza per tutti coloro che vogliono scrivere della storia patria. Il merito del prof. Borgia è stato quello di riprodurre anastaticamente l’edizione originale (ripetiamo unica) in modo che si possa avere un’esatta visione di quanto scritto dal Nicodemi nel XVI secolo e correggere gli errori e omissioni che spesso si trovano nelle trascrizioni successive. Lo scopo della pubblicazione è essenzialmente divulgativo, per questo si è cercato di fare in modo che la lettura dell’opera e delle note esplicative sia più chiaramente intellegibile anche al pubblico dei semplici appassionati. Così, ad esempio, si è preferito sciogliere integralmente le sigle che vengono usate per gli autori classici, trovando i testi latini ed italiani del tempo di Nicodemi e che egli consultò, riportandoli senza nessuna correzione, per far assaporare e gustare lo spirito della lingua latina ed italiana dell’epoca. Egualmente si è cercato di riportare i brani nella maniera più integrale possibile e non con la semplice citazione di autore, opera, libro, paragrafo etc. Si è pensato che in questo modo il lettore possa avere tutti gli strumenti possibili per apprezzare quella che rimane la prima e certamente la più elegante linguisticamente opera sulla storia di Tivoli. Lo scopo essenziale rimane proprio quello di portare alla luce l’opera del Nicodemi, nella sua edizione (purtroppo unica) originale. 

Aggiornamenti su Piranesi

Pubblichiamo alcuni aggiornamenti sulle iniziative dedicate a Piranesi nel terzo centenario della nascita, avvenuta a Venezia il 4 ottobre 1720.
Le mostre dedicate all’incisore dall’Istituto Centrale per la Grafica (Giambattista Piranesi. Sognare il sogno impossibile e L’impronta del futuro. Il destino della città piranesiana) sono ancora chiuse (https://www.grafica.beniculturali.it/tutti-gli-archivi/eventi/riapertura-mostre-16645.html), anche se si sta lavorando alla loro riapertura. Rimane chiusa pure la mostra di Berlino “Das Piranesi-Prinzip” (Il principio Piranesi), che comunque è stata prorogata fino al luglio 2021. Alcune incisioni dell’artista sono peraltro visibili al link https://www.smb.museum/en/exhibitions/detail/the-piranesi-principle/, dove compaiono fra l’altro quella con il tempio della Sibilla (1761 circa) e la vignetta satirica (1769) rivolta contro l’abate Bertrand Capmartin de Chaupy (1720-1798), nella quale le “Ruine della Villa d’Orazio” a Licenza sono presentate in forma di grosso escremento (fig. 1).
Il 2 febbraio ha riaperto invece la mostra “Piranesi oggi/heute” (fig. 2), organizzata dalla Casa di Goethe a Roma, in via del Corso 18, nei pressi di piazza del Popolo. L’esposizione, che è stata prorogata al 19 settembre, è visitabile senza prenotazione dal martedì al venerdì dalle ore 10.00 alle 18.00, e resterà a ingresso gratuito per tutto il mese di febbraio.
È stata curata da Maria Gazzetti, direttrice della Casa di Goethe, che ha inteso conferirle un taglio particolare: accostare le incisioni piranesiane di proprietà dell’istituzione, comprendenti una quarantina di Vedute di Roma e Capricci, alle opere di artisti contemporanei, tedeschi e italiani, quasi tutti ancora viventi, che dimostrano come Piranesi continui ad esercitare il suo fascino anche sull’arte di oggi. Sono esposte opere dei seguenti autori: il fotografo Gabriele Basilico (Milano 1944-2013), l’architetto Sebastian Felix Ernst (nato a Berlino nel 1987), la pittrice Elisa Montessori (nata a Genova nel 1931), l’artista e attrice Flaminia Lizzani (nata a Roma nel 1963), la pittrice Gloria Pastore (nata a Napoli nel 1949), il pittore e scultore Max Renkel (nato a Monaco di Baviera nel 1966) e la scrittrice Judith Schalansky (nata a Greifswald nel 1980). Nella mostra è presente inoltre una delle 964 matrici autografe di Piranesi conservate all’Istituto Centrale per la Grafica (Palazzo Poli). Maggiori particolari sono disponibili al link https://www.casadigoethe.it/it/mostra-temporanea.
Come già annunciato nel nostro sito il 1° ottobre scorso, infine, nel quadro delle iniziative dedicate a “Tivoli città piranesiana”, il Comune di Tivoli, con la collaborazione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale e dell’Istituto autonomo Villa Adriana e Villa d’Este, ha curato l’allestimento del “Percorso piranesiano”, comprendente sia i monumenti di Tivoli e dintorni sia quelli di Villa Adriana.
FRANCESCO FERRUTI

Abbazia di S. Giovanni in Argentella: grande successo delle visite guidate

Si sono svolte con successo, nonostante le avverse condizioni atmosferiche, le viste guidate a S. Giovanni in Argentella, organizzate sabato 24 ottobre dalla Soprintendenza territoriale Archeologia, belle arti e paesaggio, dalla Società Tiburtina di Storia e d’Arte e dalla Diocesi Suburbicaria di Sabina-Poggio Mirteto. Fra i visitatori erano presenti numerosi soci del sodalizio, abituali frequentatori dei nostri eventi, ma anche persone richiamate per la prima volta dall’interesse per il patrimonio artistico-monumentale del territorio tiburtino.
Le visite si sono svolte in varie tappe intorno al complesso monastico: dall’ingresso fortificato alla sorgente captata in età romana, ai resti del monastero e del chiostro, all’avancorpo ex nartece, alla chiesa basilicale con le cappelle di S. Guglielmo e S. Michele, all’allestendo Antiquarium e, infine, al piano superiore, per ammirare gli affreschi con l’Adorazione della Croce. Il consigliere dott. Zaccaria Mari ha illustrato il contesto topografico antico, le testimonianze dell’insediamento romano (riconducibili forse a un santuario collegato alla sacralizzazione della sorgente), i molteplici reperti archeologici presenti nelle murature e nelle decorazioni. Il socio Arch. Antonio Petrini, autore delle più recenti ricerche sul complesso, ha illustrato le fasi altomedioevale e medioevale dell’abbazia, quando essa appartenne ai Benedettini, che operarono la mirabile ricostruzione romanica (secc. XI-XII), e la fase dei Guglielmiti (1283-1445), che edificarono, tra l’altro, il convento e realizzarono le pitture con episodi della vita di S. Guglielmo di Malavalle.
Durante la visita il socio Angelo Gomelino ha donato una fotografia che si riferisce alla precedente visita organizzata dalla Società Tiburtina il 27 maggio 1976 e guidata dal consocio Prof. Enzo Silvi, vicepreside della Scuola Media “Gen. A. Bucciante” di Palombara Sabina (il quinto da destra nell’immagine). I numerosi partecipanti erano accompagnati dal Vicepresidente prof. Camillo Pierattini, riconoscibile quasi al centro del gruppo, semicoperto a sinistra della signora con gli occhiali scuri. Non possiamo fare a meno di segnalare anche la presenza della carissima prof.ssa Itala Terzano, per molti anni membro del nostro Consiglio direttivo, la seconda a destra della signora suddetta, in seconda fila.
Dopo la visita guidata la nostra comitiva si trasferì a Palombara, dove fu accolta nei locali del Circolo di Ricreazione. Qui il prof. Silvi svolse una dettagliata presentazione del volume di Ragna Enking, Cenni storici sull’abbazia benedettina di S. Giovanni in Argentella presso Palombara Sabina, che era stato pubblicato nel 1974. Al termine della relazione, il presidente del Circolo, sig. Mario Felici, offrì alla Società Tiburtina una targa “a ricordo della bella giornata trascorsa insieme da appassionati d’arte tiburtini e palombaresi”, come scrisse Renzo Mosti nella cronaca della visita guidata di allora, il cui successo si è ripetuto nell’occasione dello scorso sabato.

L’Abbazia di S. Giovanni in Argentella: notizie storiche

La presenza di un’Abbazia benedettina presso Palombara Sabina è attestata in documenti del X secolo (privilegio di Benedetto VI del 973, bolla di Marino II del 994-995) relativi a questioni confinarie fra la Diocesi Tiburtina e quella Sabina, ma potrebbe riferirsi ad essa anche un atto del VIII secolo ove si cita un fundum Argenti aggregato alla Diocesi Tiburtina.
Accanto alla chiesa si conservano strutture edilizie di epoca romana, che, insieme allo speco di captazione di una sorgente, indussero i Benedettini a scegliere quel sito. Il toponimo “Argentella” fu originato probabilmente dai riflessi argentei delle numerose laminazioni prodotte dall’acqua che sgorga nella valle.
Il monastero rivestì in età medioevale un ruolo importante per l’organizzazione del territorio circonvicino; i suoi possedimenti, infatti, abbracciavano un’area che coincide grosso modo con quella dell’odierno Comune di Palombara Sabina.
Nell’XI secolo il potere espansionistico della famiglia dei Crescenzi Ottaviani entrò in conflitto con l’istituzione monastica fino a ritrovare un mediato equilibrio grazie all’intervento papale. È emblematico un documento del 1111 che vede la restituzione ai monaci di vaste terre usurpate dal Conte Ottaviano, signore di Palombara.
Fra l’XI e il XII secolo il primitivo edificio di culto venne sostituito dall’attuale chiesa romanica a tre navate absidate. La ricostruzione romanica, che previde un nuovo campanile, uno spazio porticato davanti alla facciata riproponente lo stesso soggetto iconografico del S. Pietro costantiniano, un chiostro e ambienti cenobitici intorno, può ritenersi conclusa nel 1170, anno a cui risale l’iconostasi cosmatesca del marmorario Centurius. Il periodo di splendore della comunità benedettina, tuttavia, non durò a lungo e nel 1283 l’ultimo abate, Jacopo, si trasferì per volere di Martino IV nella chiesa romana di S. Saba.
Nel 1284 l’abbazia fu affidata ai Guglielmiti che vi rimasero fino al 1445. Costoro apportarono numerose modifiche all’impianto abbaziale, trasformando l’avancorpo e realizzando, nella navata destra, la cappella di S. Guglielmo. Significativo per l’alto valore storico è il ciclo di affreschi della vita di S. Guglielmo, dipinti seguendo il testo della vita del Santo redatta nel XIII secolo dal monaco Thebaldo.
Nella chiesa si conserva un ciborio originale in stucco decorato con motivi viminei ad intreccio e con capitelli corinzi anch’essi in stucco, che da sempre è stato oggetto di controverse datazioni.
La chiesa dopo il 1445 è stata per un periodo sotto la cura dei Francescani del vicino convento di S. Francesco, poi per anni è caduta in abbandono. La “riscoperta” si deve al pittore bolognese Enea Monti, il quale rimase stregato dalla bellezza del monumento e si impegnò fino alla morte per recuperarlo. Grazie alla sua opera e al suo interessamento si arrivò il 10 giugno 1900 all’emanazione del Regio Decreto n. 293 con cui l’Abbazia di S. Giovanni in Argentella fu dichiarata Monumento Nazionale.

Foto 1 – Abbazia di S. Giovanni in Argentella – zona absidale
Foto 2 – Abbazia di S. Giovanni in Argentella – resti del convento
Foto 3 – Abbazia di S. Giovanni in Argentella – ingresso
Foto 4 – Abbazia di S. Giovanni in Argentella – la sorgente
Foto 5 – Abbazia di S. Giovanni in Argentella – particolare del sarcofago con i leoni

Le mostre dedicate a Piranesi nel III centenario della nascita

(di F.F.)

Alcune città italiane hanno organizzato importanti mostre per celebrare il terzo centenario della nascita di Piranesi (fig. 1).
I Musei Civici di Bassano del Grappa ospitano fino al 19 ottobre prossimo, nelle sale di Palazzo Sturm, un’esposizione dal titolo “Giambattista Piranesi. Architetto senza tempo”, che propone ai visitatori l’intero patrimonio grafico dell’incisore posseduto dalle raccolte bassanesi. Il catalogo, che reca lo stesso titolo, è stato curato da Pierluigi Panza, giornalista, scrittore e critico d’arte, esperto dell’opera piranesiana, e da Chiara Casarin, che dal 2016 è direttrice dei Musei Civici di Bassano e, dal gennaio scorso, anche del Museo Canova di Possagno. Nel saggio introduttivo del catalogo, pubblicato da Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2020, la stessa Casarin, forte della sua duplice esperienza, si sofferma proprio sulle analogie e le differenze tra Piranesi e Canova. Entrambi erano convinti della perfezione inarrivabile raggiunta dall’arte classica, da assumere perciò come maestra e modello per gli artisti di ogni tempo, ma in due accezioni diverse: Canova fa rivivere l’arte antica nelle sue sculture, Piranesi la ripropone nelle sue incisioni, segnandola però con lo scorrere inesorabile del tempo. Questo gli consente anche di creare composizioni originali, come i vasi e candelabri all’antica, fantasiosi assemblaggi di pezzi originali o dovuti alla creatività dell’autore, che li vendeva ai visitatori inglesi per le loro ville di campagna, come riferisce Panza nel suo contributo su I Piranesi e il Veneto: dei non “serenissimi” rapporti. Luca Massimo Barbero (Giambattista Piranesi alla Fondazione Giorgio Cini) ricorda invece le collezioni delle incisioni piranesiane conservate nella Fondazione veneziana, dove sono state oggetto di una fondamentale mostra nel 2010 (Le arti di Piranesi. Architetto, incisore, antiquario, vedutista, designer). In quell’occasione il milanese Gabriele Basilico (1944-2013), considerato il fotografo di paesaggi urbani più noto nel mondo, fu incaricato di fotografare i luoghi che erano stati raffigurati da Piranesi nelle famose Vedute di Roma e nelle Différentes vues de Pesto, vale a dire Roma, Tivoli e Paestum, per individuare le differenze prodotte dallo scorrere del tempo e il diverso approccio ai soggetti da parte dell’incisore settecentesco e del fotografo contemporaneo. Tra le incisioni riguardanti Villa Adriana il catalogo riproduce quella con gli Avanzi del Tempio del Dio Canopo, cioè del “Serapeo”, che fu particolarmente cara a Marguerite Yourcenar. La veduta piranesiana viene messa a confronto con la foto scattata da Basilico nel 2010, quando già da tempo erano state risollevate le colonne ioniche davanti all’esedra del Serapeo. Il Museo di Bassano conserva anche la tavola con il Catalogo delle opere date finora alla luce da Gio. Battista Piranesi…, con i relativi prezzi di vendita, testimonianza dell’importanza che l’incisore attribuì sempre alle ricadute economiche della sua attività, tanto da essere accusato di venalità. Tra le incisioni comprese nelle Vedute di Roma compaiono anche quelle di soggetto tiburtino, come le tre che riguardano il Tempio della Sibilla (fig. 2). Le altre raffigurano la “Villa di Mecenate” (tre vedute), il “Ponte Lugano” (sic), il “Tempio della Tosse” (all’esterno e all’interno), la Cascata Vecchia e le Cascatelle, Villa d’Este (fig. 3) e il “Tempio di Apollo” a Villa Adriana, della quale vengono rappresentati anche il Padiglione di Tempe e il Pecile. Chiude il catalogo la serie delle Carceri d’invenzione, pubblicata per la prima volta nel 1748, che viene tradizionalmente ritenuta una denuncia dei metodi dell’Inquisizione. Non bisogna però dimenticare che Piranesi doveva avere ben presenti gli orrori delle prigioni veneziane (i Pozzi e i Piombi) e che, secondo un’acuta intuizione di Federico Zeri, l’incisore potrebbe essersi richiamato anche all’Inferno di Dante.
Lo stesso Luca Massimo Barbero, direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Giorgio Cini, ha curato la mostra “Piranesi Roma Basilico”, che resterà aperta a Venezia, nella Galleria di Palazzo Cini a San Vio, fino al prossimo 23 novembre. Sono esposte 25 stampe originali dell’incisore veneziano, che vengono messe a confronto con le vedute degli stessi luoghi fotografati da Gabriele Basilico per la mostra organizzata sempre dalla Fondazione Cini nel 2010, alla quale abbiamo già accennato a proposito dell’esposizione di Bassano.
Si annuncia infine come un grande evento culturale la mostra “Giambattista Piranesi. Sognare il sogno impossibile”, che si svolgerà all’Istituto centrale per la grafica, con sede in Palazzo Poli alla Fontana di Trevi, dal 15 ottobre 2020 al 31 gennaio 2021. L’Istituto possiede infatti tutte le matrici calcografiche incise da Piranesi e dai suoi allievi, che furono acquistate dall’editore parigino Firmin Didot nel 1838, per volontà di papa Gregorio XVI, cui spetta il merito di aver fatto costruire da Giuseppe Valadier il palazzo della Calcografia camerale, della quale l’odierno Istituto costituisce il continuatore. Il Fondo di matrici Piranesi rappresenta una delle sue raccolte più importanti, alle quali si aggiungono alcune serie particolarmente pregiate, che appartengono al Gabinetto dei disegni e delle stampe. Nella mostra saranno esposti anche disegni piranesiani provenienti dalla Galleria degli Uffizi, nonché dipinti e pezzi archeologici, come le repliche di antichità conservate nella Reale Accademia di Belle Arti di San Fernando a Madrid. In questo modo si delineerà a tutto tondo la personalità dell’artista veneziano, che non fu soltanto incisore ma anche archeologo, architetto, decoratore, mercante.
La mostra sarà articolata nelle seguenti sezioni:
• I Capricci e le Carceri, architetture fantastiche del primo periodo.
• Le Antichità Romane e il Campo Marzio.
• Piranesi designer: camini, vasi e candelabri.
• Le Vedute di Roma e dei dintorni (che comprenderanno sicuramente quelle di Tivoli e Villa Adriana).
• Vedute di Paestum.
Un’apposita sezione sarà poi dedicata alla tecnica incisoria di Piranesi, con particolare riferimento alle matrici delle Carceri, e alle opere di artisti contemporanei, come Michelangelo Pistoletto, in cui si avverte il retaggio dell’eredità piranesiana, che sarà attualizzata anche con la pubblicazione di un volume multimediale e di una graphic novel (romanzo grafico) dedicati all’incisore veneziano. Quest’ultima, dovuta al noto fumettista Ratigher, avrà come protagonista proprio Piranesi e sarà ambientata al Colosseo.
In passato la nostra città ha dedicato due mostre a Piranesi, che sono state ospitate entrambe nelle sale di Villa d’Este: la prima, dal titolo “Piranesi 1720-1778: le vedute di Tivoli”, si è svolta nel 1984, a cura di Edgar Alegre e Antonio Ruta Amodio; la seconda, intitolata “Piranesi. Vedute e antichità di Tivoli”, si è tenuta nel 1996 ed è stata accompagnata da un ponderoso catalogo, curato da Vincenzo Conti. Anche nella mostra “Le bellezze di Tivoli nelle immagini e negli scritti del Grand Tour”, allestita nel Museo della Città dal 17 dicembre 2016 al 31 ottobre 2017, le incisioni piranesiane hanno avuto una parte considerevole, come si può vedere nel relativo catalogo, redatto da Roberto Borgia. La mostra del 1996 aveva previsto anche la predisposizione di un “Percorso Piranesiano”, articolato in due itinerari: uno riguardante la città di Tivoli e i suoi immediati dintorni, fino al Tempio della Tosse e al mausoleo dei Plauzi, l’altro svolgentesi all’interno di Villa Adriana. In occasione dell’attuale centenario piranesiano, i due itinerari del 1996 saranno fusi in un unico “Percorso Piranesi”, che partirà da Villa d’Este e, attraverso il centro cittadino con i templi dell’acropoli, seguirà l’antica via Tiburtina fino al Tempio della Tosse e a Villa Adriana. L’iniziativa è volta a celebrare i vent’anni dell’iscrizione delle due ville nella Lista UNESCO del patrimonio mondiale dell’umanità, avvenuta per Villa Adriana nel 1999 e per Villa d’Este nel 2001. A questo proposito sarebbe auspicabile che si riprendesse in considerazione l’idea di avanzare la candidatura a sito UNESCO della Villa Gregoriana o, meglio ancora, di tutto il costone che limita a nord la città di Tivoli, comprendente numerosi luoghi e monumenti più volte raffigurati da Piranesi nelle sue incisioni: i templi dell’acropoli, le cascatelle e il santuario d’Ercole Vincitore.
Allargando il quadro delle iniziative a livello europeo, segnaliamo che il British Museum aveva annunciato l’apertura di una mostra su “Piranesi drawings: visions of antiquity”, che è stata rinviata al 2021 a causa della pandemia. È prevista invece per il 4 ottobre prossimo l’inaugurazione della mostra “Das Piranesi-Prinzip”, che si terrà nella Kunstbibliothek di Berlino fino al 7 febbraio 2021 e sarà incentrata sulle incisioni, i libri, gli opuscoli polemici, le illustrazioni satiriche dell’incisore, provenienti dalle collezioni della stessa Kunstbibliothek (Biblioteca d’arte) e del Kupferstichkabinett (Gabinetto delle incisioni su rame), con materiali che in alcuni casi saranno esposti per la prima volta. La mostra, organizzata dagli Staatliche Museen zu Berlin e dalla Humboldt-Universität zu Berlin, sarà divisa in cinque sezioni, che riguarderanno le seguenti tematiche:
La Roma di Piranesi.
La scena di Piranesi, che studierà l’influenza del teatro sulle Vedute e sulle Carceri.
Il laboratorio di Piranesi, con riferimento all’attività della sua bottega.
Il palazzo di Piranesi, che riguarderà il Palazzo Tomati presso la scalinata della Trinità dei Monti, dove l’incisore risiedette dal 1761 alla morte, collocandovi la sua bottega e il “Museo” in cui esponeva gli oggetti antichi e quelli che lui stesso aveva ricreato, mettendoli poi in vendita.
L’arena di Piranesi, dove l’artista sarà presentato come una figura polarizzante sulla scena artistica internazionale.
Rimanendo nell’ambito europeo, ricordiamo infine che negli “Atti e Memorie” del 1996, pp. 280-281, avevamo segnalato il Convegno del 1979 su Piranesi e la cultura antiquaria, i cui “Atti”, pubblicati nel 1983, contenevano interessanti riferimenti a Villa Adriana, presenti nei contributi di Henri Lavagne (Piranèse archéologue à la Villa d’Hadrien), Jonathan Scott (Some sculpture from Hadrian’s Villa, Tivoli) e Maria Grazia Messina (Piranesi: l’ornato e il gusto egizio, con accenni alle opere di stile egittizzante rinvenute nella villa).

Fig. 1. Ritratto postumo di Piranesi eseguito nel 1779 da Pietro Labruzzi
Fig. 2. “Veduta del tempio della Sibilla in Tivoli” (1761)
Fig. 3. “Veduta della Villa Est[e]nse in Tivoli” (1773)