Archivi del mese: luglio 2019

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Le conferenze della Società Tiburtina per settembre-dicembre 2019

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Queste le conferenze per settembre-dicembre 2019

Venerdì 13 settembre 2019, ore 17,30: Prof. Marcello Orlandi: “La pittura medievale nella Valle dell’Aniene. Iconografia e Iconologia”.  Museo della città.

Venerdì 20 settembre 2019, ore 17,30: prof. Francesco Ferruti: “Camillo Pierattini (1911-1994) e la Deposizione di Tivoli: il punto sugli studi trentasei anni dopo”. Museo della città.

Venerdì 27 settembre 2019, ore 17,30: prof.ssa Anna Maria Panattoni. In vino veritas. Mito, letteratura e tradizione”. Museo della città.

Venerdì 13 dicembre 2019, ore 17, 30: presentazione del novantaduesimo volume degli ATTI E MEMORIE. Scuderie Estensi.

Conferenza nel Centro Agroalimentare di Roma

La celiachia già 2000 anni fa.

 

Celiachia, 2000 anni fa. Il giallo della morte per malnutrizione di una giovane donna vissuta due millenni fa  in una famiglia agiata lo hanno risolto gli scienziati del “Centro di antropologia molecolare per lo studio del dna antico” dell’università di Tor Vergata “interrogando” le ossa. In un frammento e in un dente hanno scovato le prove scientifiche del primo caso di celiachia noto: il dna estrapolato dal collagene, infatti, ha rivelato la presenza dei marcatori genetici che predispongono alla patologia.

La conferma che l’intolleranza al glutine non è una malattia moderna ma che probabilmente “ha camminato con gli umani per un lungo tratto della loro storia, forse da quando è stato introdotto il frumento nell’alimentazione”.

Questo è il “Caso di Cosa”, l’antica città romana sul promontorio di Ansedonia, in Toscana, dove è stata trovata la sepoltura: i resti ossei di una ragazza di 19-20 anni evidentemente denutrita accanto ad un ricco corredo di gioielli, segno di una vita da benestante. Il cibo, insomma, non le mancava.

I risultati finali dello studio, che ha fatto luce su un caso medico a distanza di duemila anni, sono stati illustrati durante il convegno promosso dal Centro agroalimentare di Roma e dalla Soprintendenza archeologica per l’Area metropolitana su “Produzione e commercio alimentare nell’Impero Romano: agricoltura, mercati, strade, culti”.

Per il “Caso di Cosa” è stato come trasportare indietro nel tempo di venti secoli strumenti e conoscenze scientifiche d’avanguardia per arrivare a una archeo-diagnosi.

A spiegare come uno scheletro sia “uno straordinario archivio di informazioni sulle popolazioni del passato remoto”, come persino il tartaro dentario sia una sorta di “cassaforte” delle abitudini alimentari in grado di consegnare agli scienziati-detective delle ossa, anche dopo migliaia di anni, residui di placca batterica (“e per fortuna in epoca romana non si faceva la pulizia dei denti”), come il tipo di dieta lasci una “firma” biochimica precisa attraverso il rapporto tra azoto e carbonio presente nei resti ossei e come si sia arrivati a chiudere il cerchio intorno al “Caso di Cosa” è stata Cristina Martinez Labarga, professoressa del dipartimento di Biologia dell’università Tor Vergata, antropologa forense, una delle massime esperte nelle indagini sugli scheletri umani di antiche sepolture.
è uno staff di archeo-antropologi molecolari, coordinati dalla professoressa Labarga, a interrogare le ossa con le tecniche più all’avanguardia. Un laboratorio nel laboratorio istituito nel 1996.

Campo d’azione: l’estrazione e l’analisi di antiche biomolecole da campioni storici, archeologici e paleontologici. Che si tratti di mappe genetiche di alcuni dei primi agricoltori dell’Africa o, più vicino a casa, di indagini dietetiche sugli antichi romani. Così come sul “Caso di Cosa”. “I risultati dei test – ha detto a Nature Gabriele Scorrano, che ha condotto lo studio – hanno evidenziato nel suo Dna la presenza di due copie di una variante del gene del sistema immunitario associata alla grave reazione autoimmune al glutine nel rivestimento intestinale. Se avesse escluso i cereali dalla sua dieta non avrebbe avuto questi problemi”.

Le condizioni dello scheletro “hanno rivelato segni di una malnutrizione avanzata dovuta al malassorbimento dei nutrienti – spiega Labarga -, probabilmente fatale: anemia, ipoplasia dello smalto, bassa statura (alta solo un metro e 40), osteoporosi. L’alimentazione dei ricchi dell’epoca prevedeva grandi quantità di cereali, prodotti pericolosi per i celiaci. Ma è stato lo studio biomolecolare a dare le risposte che cercavamo: nella ragazza abbiamo trovato i marcatoti genetici della celiachia. Il che non significa che chi li possiede è necessariamente celiaco, ma che semplicemente ha la predisposizione. La ragazza di Cosa ce l’aveva”.
La giornata di studio dedicata a “Produzione e commercio alimentare nell’Impero Romano” ha avuto un preciso punto di partenza. “Si è preso spunto – ha spiegato l’archeologo Zaccaria Mari, funzionario di zona della Soprintendenza e consigliere della Società Tiburtina di Storia e d’Arte – dal rinvenimento all’interno dell’area del Car di villae rusticae di epoca romana, collegate sia alla via Tiburtina sia al fiume Aniene (utilizzato in antico come via d’acqua). In un quadro di riferimento più ampio che abbraccia anche Roma e Ostia, abbiamo voluto illustrare al grande pubblico la vocazione agricolo-produttiva del territorio di riferimento in epoca classica e focalizzare le importanti eredità del passato rispetto all’oggi”.

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Un eccezionale reperto in consegna permanente a Villa d’Este. La cronaca e le foto.

 

Due, una sola: Arianna
Evento
Villa d’Este
Lunedì, 15 luglio
ore 17.30

L’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este – Villae comunica che lunedì 15 luglio 2019 alle ore 17.30 nel chiostro di Villa d’Este, alla presenza del direttore Andrea Bruciati, si celebra la cerimonia di consegna permanente di un’opera di importantissimo valore storico, artistico e culturale di II sec. d.C., un coperchio di sarcofago del tipo a kline (a forma di letto) in marmo di Luni,con defunta semisdraiata raffigurata nel sonno eterno secondo lo schema dell’Arianna dormiente.
Oggetto di scavo clandestino nei dintorni di Roma, il pezzo è uscito illegalmente dal territorio italiano ed è stato acquistato sul mercato internazionale per 4,5 milioni di dollari. Recuperato con l’operazione Bella Addormentata, in collaborazione investigativa tra i carabinieri del TPC (Tutela Patrimonio Culturale ) e l’Homeland Security Investigation – Immigration and Customs Enforcement (agenzia federale statunitense), è stato formalmente restituito all’Italia nel 2015.
“La figura della defunta, semidistesa, con gli occhi chiusi e un’espressione serena – commenta la dott.ssa Benedetta Adembri, funzionario archeologo delle Villae – è colta nella quiete della morte, quasi come se dormisse. L’atmosfera sospesa che emana dalla scultura, sottolineata da un molle abbandono che sembra esprimere la sensazione di attesa del risveglio, deriva dall’utilizzo di uno schema compositivo che permette la trasposizione dell’evento reale sul piano mitico: il soggetto è infatti ritratto nella posa di
Arianna, personaggio raffigurato anche in alcuni rilievi provenienti da Villa Adriana.”
“Il soggetto – prosegue il direttore delle Villae Andrea Bruciati – rappresenta un paradigma: la defunta raffigurata come Arianna, abbandonata durante il sonno nell’isola di Nasso da Teseo, cui aveva prestato il proprio aiuto contro il Minotauro, acquisisce uno status in qualche modo divino e la possibilità di una nuova vita nei Campi Elisi. L’opera scioglie nel sonno di Arianna gli aspetti più dolorosi della morte, trascinando nella dimensione del mito, con la sua densità di significati, l’esperienza umana.”
Nella logica del progetto Eva vs Eva, l’adozione di Arianna rappresenta inoltre un’azione estremamente importante perché convalida il dialogo silenzioso e complice fra due
statue femminili, la cosiddetta Venere dormiente della fontana del chiostro e la stessa Arianna, rispecchiate nella medesima iconografia. La simmetria spaziale fra le interlocutrici e il nuovo asse visivo ridefiniscono così da un punto di vista museografico il chiostro della Villa, che assurge ora a dispositivo focale dal grande interesse antiquario e botanico, divenendo snodo primario del rinnovato percorso di visita.
Info:
benedetta.adembri@beniculturali.it
va@beniculturali.it
Ingresso libero, sino ad esaurimento posti

 

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LA CRONACA DELLA CERIMONIA

(testo e foto dalla pagina Facebook del NOTIZIARIO TIBURTINO. Le foto sono state scattate dalla prof.ssa Anna Maria Panattoni)

 

Villa d’Este – Da stasera 15 luglio 2019 ufficialmente entra a buon diritto nell’allestimento museale del Chiostro della residenza del Cardinale Ippolito II il coperchio di sarcofago in marmo di Luni (II sec. d.C.) recuperato dal Comando Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri con la collaborazione investigativa dell’Homeland Security Investigation – Immigration and Customs Enforcement, agenzia federale statunitense.
Oggetto di scavo clandestino nei dintorni di Roma, il reperto era uscito illegalmente dal territorio italiano ed era stato acquistato sul mercato internazionale per 4,5 milioni di dollari. Recuperato con l’operazione “Bella addormentata” è stato formalmente restituito all’Italia nel 2015 ed è giunto cinque giorni fa a Tivoli per essere collocato, come in antico, in uno dei più bei contenitori d’Arte qual è la Villa d’Este.
Ora dialoga virtualmente con l’altra figura femminile posizionata nel Chiostro.

Soddisfazione è stata espressa dal Generale di Brigata Fabrizio Parrulli, comandante del Reparto TPC dei Carabinieri che ha ricordato anche i 50 anni del prezioso Impegno dell’Arma nel recupero delle opere d’arte, e dal Direttore dell’Istituto autonomo VA- VE, dott. Andrea Bruciati, pronto a rivisitare, anche dal punto di vista della collocazione delle essenze vegetali, l’assetto del Chiostro della dimora estense.