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La Soprintendenza richiede la figura di un “archeologo” come direttore del Museo “Rodolfo Lanciani” di Guidonia Montecelio

 

MUSEO “RODOLFO LANCIANI” di Guidonia Montecelio

 LA SOPRINTENDENZA RICHIEDE LA FIGURA

DI UN “ARCHEOLOGO” COME DIRETTORE

Porta la data del 22 novembre 2018 la pubblicazione sul sito del Comune di Guidonia Montecelio di uno stralcio della procedura per l’identificazione del Direttore del Museo Civico Archeologico “R. Lanciani” di Guidonia Montecelio.

La polemica è alta viste le procedure per l’individuazione della figura richiesta e le modalità di nomina di un Direttore “non archeologo” per un posto che prevede specifiche competenze in materia di Archeologia. La Soprintendenza infatti è stata esclusa sia dalle fasi di formulazione del bando di individuazione sia dalla composizione della commissione esaminatrice, procedura rispondente alla “leale collaborazione tra amministrazioni pubbliche” e comunemente applicata in tutti i casi di gestione dei Musei civici.

Non va dimenticato che il Museo “Lanciani”, a vocazione esclusivamente archeologica, ospita la Triade Capitolina  e materiali epigrafici, statue, suppellettile et similia. Nelle due vigorose missive sottoscritte dall’arch. Margherita Eichberg, Soprintendente archeologia, belle arti e paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale e dal funzionario archeologo dott. Zaccaria Mari, si evidenziano tre grosse criticità in merito alla recente nomina: 1. Il progetto di riallestimento museale, subirebbe un terribile arresto; 2. Verrebbe prevista un’apertura verso il pubblico diversa dalla vocazione della struttura museale; 3. Occorrerebbe nominare figure accessorie al Direttore per sopperire alle carenze scientifiche onde procedere alla normale attività della struttura, risorsa preziosa del territorio.

Il Museo attualmente ospita anche quattro locali-deposito (cui avranno accesso un consegnatario e un sub consegnatario), di cui tre locali con materiali provenienti in larga parte da scavi recenti da schedare, valutare e catalogare, e uno con materiale appena inventariato, pronto per essere esposto in vista di un auspicabile raddoppio della superficie espositiva.

(stralcio dalla pagina facebook del NOTIZIARIO TIBURTINO, 24 novembre 2018)

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Riaffiora un criptoportico della cosiddetta Villa di Valerio Massimo a Tivoli

Il criptoportico (ovvero “portico nascosto” per passeggiate al fresco) è solo un braccio di un complesso ipogeo molto più ampio, venuto alla luce a circa 4 metri di profondità, in modo del tutto inatteso, durante lavori Acea in viale G. Mazzini, quasi davanti alla Stazione Ferroviaria. Il sotterraneo è parte di una delle più grandi ville residenziali dell’antica Tibur, attribuita dalla tradizione erudita al censore M. Valerio Massimo (costruttore nel 307 a.C. della Via Valeria), scenograficamente disposta con terrazzamenti digradanti sul ridente pendio a destra del fiume Aniene. I resti della villa, situata lungo la stessa Valeria e confinante con la necropoli tiburtina, fu notevolmente distrutta alla fine dell’Ottocento dalla costruzione della Stazione. Il criptoportico, lungo m 15, alto 3, e terminante con un vano rettangolare ove era la scala di accesso, databile al II sec. d.C., si segnala per la pregevole decorazione in stucco dipinto, particolarmente conservata sulle volte a botte che presentano le caratteristiche finestre “a gola di lupo” per far entrare aria e luce, ma non il calore. Gli stucchi si articolano in piccoli lacunari quadrati con ricca cornice a ovuli, racchiudenti una rosetta. Fra i lacunari si interpongono steli foliati e nei punti di congiunzione era un’applique circolare, in bronzo o altro materiale pregiato, di cui restano le impronte. Le pareti, in opera laterizia, erano ricoperte di intonaco dipinto. Gli scavi in corso stanno scoprendo un pavimento a mosaico bianco che aveva anche la funzione di aumentare la luminosità dell’interno.
L’Acea su prescrizioni della Soprintendenza ha messo in sicurezza il criptoportico che non verrà più reinterrato, come previsto in un primo tempo, ma sarà accessibile tramite un pozzetto. Ciò anche al fine di rendere possibile un futuro intervento di restauro e un collegamento con la vicina tomba della vestale Cossinia. (Z. M.)

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1_Brun_villa_valerio_massimoGiovanni Brun, Avanzi della Villa di Valerio Massimo a Tivoli, da “Nuova raccolta di 100 vedute antiche della città di Roma e sue vicinanze / incise, e dedicate da Giovanni Brun, a sua eccellenza r[oman]a Monsr. D. Stanislao Sanseverino, de’ principi di Bisignano …”, Roma, ante 1816.

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Segnalazione del volume “Die republikanischen Otiumvillen von Tivoli” di Martin Tombrägel

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Martin TOMBRÄGEL, Die republikanischen Otiumvillen von Tivoli. Palilia 25. Wiesbaden: Reichert Verlag 2012, pagine 255.

Con la collana “Palilia” l’Istituto Archeologico Germanico di Roma offre una nuova serie di pubblicazioni, con opere monografiche sulla ricerca archeologica in Italia. In particolare si cerca di fare spazio a nuove questioni e metodi di ricerca innovativi, nonché argomenti spesso trascurati dall’archeologia classica. Oltre alle aree di ricerca archeologica vera e propria come la scultura greco-romana, l’iconografia, l’architettura, la ricerca urbana e gli studi topografici, sono inclusi temi di storia sociale, economica e religiosa, nonché materiali della cultura quotidiana. Nello stesso tempo è previsto un supplemento alle opere stampate, mediante la fornitura digitale di materiali aggiuntivi.
Il venticinquesimo volume di Palilia offre un’analisi completa della storia architettonica delle ville che potremmo chiamare di lusso o villae urbanae (otiumvillen, con termine tedesco), cercando di sondare anche le origini di questi affascinanti edifici nel loro contesto storico-sociale. Non serve sottolineare che il territorio dell’antica Tibur costituì uno dei centri più importanti per l’insediamento di queste costruzioni a partire dall’età repubblicana. In estate, i senatori romani ed in generale tutte le nobili famiglie erano attratti dalla fresca atmosfera del colle tiburtino per sfuggire alle cattive condizioni climatiche di Roma, che, ricordiamo, era ancora piena di acquitrini non ancora bonificati.
Terreno ideale perciò per le villae urbanae, che, come ricordano Plinio il vecchio e Vitruvio, erano le residenze di campagna che potevano essere facilmente raggiunte da Roma (o da un’altra città) per offrire risposo e svago per un periodo limitato di tempo. La villa urbana divenne poi una vera e propria sede di prestigio per i più ricchi ed un luogo di relazioni sociali. Col tempo la loro estensione superò quella delle domus della città, offrendo tutte le comodità per il corpo e per la mente, come stanze per i bagni caldi e freddi, palestre, piscine, sale di lettura e biblioteche. Presenti ampi porticati che permettevano passeggiate in qualsiasi ora del giorno, le ville erano circondate da parchi e giardini molto curati. Naturalmente viene subito in mente la villa per eccellenza, la Villa Adriana, e con un salto di diversi secoli la Villa d’Este, entrambe residenze utilizzate saltuariamente dai loro padroni (per la Villa d’Este siamo più informati: il cardinale Ippolito II vi dimorava in estate solo per qualche mese).
Nel suo studio, Martin Tombrägel discute la genesi architettonica delle prime ville romane dedicate all’ozio (il termine non aveva un’accezione negativa come nel linguaggio attuale; otium suum consumpsit in historia scribenda, dice Cicerone, Brutus sive de claris oratoribus 24.93) a Tivoli. Una serie di imponenti residenze d’élite furono perciò costruite qui dall’inizio del II secolo avanti Cristo, utilizzando il caementicium, la nuova tecnologia di costruzione che diede il via a nuovi progetti architettonici. Il caementicium si trova spesso indicato in Vitruvio (De architectura 2.4.1) anche col nome di structura caementicia, ed è formato dall’unione di frammenti di pietra, di materiale cotto e di altri materiali da costruzione con la malta. La qualità dei frammenti adoperati nella miscela, il loro taglio, la proporzione rispettiva e la composizione della malta costituiscono criterî per la datazione di un tale sistema costruttivo, che fu invenzione prettamente romana e che dura ancora ai giorni nostri quasi senza varianti. «È incerto quando sia stato scoperto l’uso della calce e quindi dell’opus caementicium; gli esempî più antichi datati in Roma sono i basamenti dei templi della Concordia (121 a. C.,) e dei Dioscuri (117) e in Pompei i templi di Apollo e di Giove, la basilica, il grande teatro, le terme stabiane, ecc. Naturalmente, il trovare questo nuovo sistema di costruzione, che si sostituì al vecchio opus quadratum, in monumenti pubblici, già verso la metà del sec. II a. C., fa supporre un periodo anteriore di almeno un paio di generazioni come preparazione, in fabbriche di minore importanza, e quindi ne fa risalire gl’inizî verso il 200 a. C. Qualche incendio deve avere casualmente amalgamato una certa quantità di pietra calcare con una corrispondente quantità di tufo friabile (cappellaccio romano o pietra del Sarno) e dimostrata così la potenza coesiva di una tale miscela, più compatta della pietra stessa e molto adatta a collegarsi con essa, speziata in minuti frammenti», Giuseppe Lugli, in Enciclopedia Italiana Treccani, 1931, s.v. Cementizia opera.
Il Tombrägel presenta i suoi risultati in base ad osservazioni individuali, e tecniche di costruzione e fasi di costruzione di ogni singolo complesso. Il libro è diviso in una “parte tecnica costruttiva” (pp. 19-105), una “parte di architettura storica” (pp. 107-189) e una “parte storica” (pp. 191-225). Il catalogo comprende cinquantatré ville nella zona occidentale di Tivoli, e sette ville (dal numero 54 al 60) nella zona orientale. Il catalogo è organizzato topograficamente partendo da Nord, dal colle di Colle S. Antonio (n.1) e terminando nella zona tufacea nella parte sud-occidentale di Tivoli (n.53). All’interno del catalogo le ville sono organizzate ancora una volta in base a riferimenti geologici. La descrizione di ogni villa si basa in gran parte, e non poteva essere altrimenti, sulle fondamentali pubblicazioni della Forma Italiae (Cairoli Fulvio Giuliani, Tibur I-II; Zaccaria Mari, Tibur III-IV). Le descrizioni di Giuliani e Mari sono state completate principalmente per quanto riguarda la tecnica di costruzione e con aggiunte di indicazioni delle misure. Quando non c’era la possibilità di esplorare un complesso specifico, i parametri si basano esclusivamente sulla Forma Italiae.
L’identificazione del materiale si riferisce alle stime dell’autore fatte in situ, proponendo una cronologia basata sulle tecniche di costruzione. La discussione sulla denominazione di ciascuna villa tiburtina, sulla quale si sono sbizzarriti archeologi, eruditi e storici, non rientra nell’interesse del volume, considerato che nessuna delle ville tiburtine del periodo repubblicano può essere attribuita con certezza a determinati personaggi.
Considerando perciò che le ville nel testo e nelle illustrazioni non sono citate con il nome topografico, ma con un numero di serie, che deve essere scomposto in una concordanza, l’identificazione delle ville esaminate rimane molto difficoltosa e possiamo dire asettica. L’autore trova un filo comune nei complessi esaminati, quello di una significativa separazione spaziale tra due differenti zone con un differenziamento tra un sistema di alloggi superiore e un’area inferiore utilizzata a giardino. Perciò la zona residenziale risulta ben separata dal giardino. Il volume merita ogni considerazione per la nuova luce che cerca di portare nella genesi e nella datazione dei complessi architettonici considerati e può essere un buon punto di partenza per esami successivi.

(Roberto Borgia, 14 giugno 2018)

Pubblicato il “Vocabolario cerretano” di Sebastiano Di Valeriano

Anche Cerreto Laziale, ridente paesino della Valle del Giovenzano, ha visto codificare finalmente il suo dialetto, grazie al libro “Vocabolario cerretano”. L’opera porta la firma di Sebastiano Di Valeriano, per molti anni insegnante di materie letterarie in scuole di Roma e provincia e poi dal 1992 dirigente scolastico fino al 2012, anno del suo pensionamento. Proprio la possibilità di avere più tempo per dedicarsi a studi e riflessioni, l’ha ispirato a mettere sulla carta  questo vocabolario sul dialetto del suo paese natale. Il volume, ricco di ben 112 pagine, ha come premessa le note grammaticali, seguono poi le varie parole in ordine alfabetico con esempi, proverbi, detti e filastrocche che fanno meglio comprendere l’ambito in cui la parola è utilizzata. In appendice undici tavole di Tiziano Macera (al quale si deve pure il disegno della copertina) che illustrano alcune parole presenti nel vocabolario. Questo l’auspicio dell’autore: “Spero che queste poche pagine siano una spinta alla riscoperta del nostro dialetto, non per negare i tempi correnti o l’Italiano (ci mancherebbe altro!), ma per non cancellare il passato dei nostri padri e perché siano di spinta per capire il presente globalizzato e, se possibile, preparare un futuro migliore”. Il volume è disponibile presso l’autore a Cerreto Laziale oppure presso la Società Tiburtina di Storia e d’Arte. Il volume può essere consultato anche presso la Biblioteca Maria Coccanari Fornari in piazza del tempio d’Ercole a Tivoli.

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Anche i cittadini di Tivoli e dintorni possono visitare gratuitamente la Mensa Ponderaria

In un incontro avvenuto giovedì 13 settembre 2018 a Villa d’Este tra il direttore dott. Andrea Bruciati e una delegazione della Società Tiburtina di Storia e d’Arte composta dai consiglieri prof.ri Roberto Borgia, Candido Pietro e Francesco Ferruti, il direttore dell’istituto autonomo Villa Adriana-Villa d’Este  si è detto disposto a venire incontro alle richieste della Società Tiburtina di Storia e d’Arte relativamente alla visita della Mensa Ponderaria a Tivoli, pur facendo presente che l’attuale carenza di personale impedisce di aggiungere altre aperture del monumento, oltre a quelle già programmate per tutti i giovedì e venerdì alle 12.00 e alle 12.30. I residenti a Tivoli e nei comuni limitrofi (esclusa Roma) potranno prendere il biglietto per la visita il lunedì pomeriggio, quando l’ingresso a Villa d’Este e Villa Adriana è gratuito, e potranno così visitare gratuitamente anche la Mensa Ponderaria il giovedì o venerdì della stessa settimana, previa prenotazione telefonica. Ricordiamo infatti che il biglietto ha la validità di sei giorni.

La Società Tiburtina sta studiando la possibilità che alcune visite abbiano come guide il prof. Francesco Ferruti, la prof.ssa Anna Maria Panattoni e il dott. Zaccaria Mari.

Faremo sapere.

Il dott. Bruciati si è mostrato poi molto interessato all’attività della nostra Società.

 

 

 

MENSA PONDERARIA

 

Si tratta di uno dei pochissimi casi (come ad es. a Pompei, sempre di età repubblicana) in cui si è potuta identificare la specifica funzione di pesa pubblica negli ambienti venuti in luce, proprio per la presenza della mensa ponderaria.
L’edificio, rinvenuto casualmente nel 1883, concludeva la piazza sul lato opposto all’arco di S. Sinforosa, che ne costituiva un accesso monumentale anche in antico.

La caratteristica principale dell’ambiente, grosso modo rettangolare, peraltro non molto grande, è la presenza di due mensae, o tavole per misure, realizzate in marmo e provviste di cavità concave di dimensioni diverse, originariamente rivestite di metallo, per alloggiare i pesi ufficiali di riferimento. Un altro elemento importante è la presenza di un’iscrizione che ci dà utili informazioni sull’artefice dell’allestimento: è il liberto Marco Vareno Difilo, magister della corporazione degli Herculanei, che dedica anche due statue ai suoi patroni, Marco Lartidio e Varena Maggiore, come recitano le iscrizioni, una delle quali ancora sul posto.

La connessione della corporazione con le attività che si svolgevano nel mercato è sottolineata dal nome, derivato da Ercole, protettore dei commerci, che compare anche su un rilievo nello stesso ambiente: il dio è raffigurato con la clava impugnata nella destra, suo attributo specifico, che non a caso decora anche i pilastri di sostegno delle mense.

La ricchezza del liberto è comprovata non solo dalla costruzione della mensa ponderaria situata nel cuore pulsante delle attività commerciali dell’antica Tibur, ma anche dal fatto che nell’ambiente viene usato a profusione il marmo per rivestire muri e pilastri, ricorrendo oltre che al marmo bianco, a specie pregiate come il giallo antico, che ricopriva anche le parti in travertino. E non è tutto: lo stesso facoltoso personaggio fece erigere a breve distanza di tempo anche un secondo ambiente contiguo, scoperto nel 1920, dove furono rinvenuti i frammenti di una statua seduta raffigurante un imperatore; la scultura è attualmente ricollocata sul suo basamento al centro dell’abside; l’uso del marmo per la pavimentazione e l’alta zoccolatura, che delimitava le pareti affrescate e decorate con festoni, denota la ricchezza del committente.

Un’iscrizione rinvenuta all’epoca della scoperta sottolinea anche in questo caso che Marco Vareno Difilo ha pagato a sue proprie spese l’Augusteum, o cappella per onorare l’imperatore: è possibile che si tratti di Augusto, che il liberto potrebbe avere conosciuto in occasione delle sedute per l’amministrazione della giustizia che si tenevano al Santuario di Ercole, dove l’imperatore si recava regolarmente: la circostanza cui si riferisce l’iscrizione sarebbe il rientro di Augusto dal lungo viaggio in Siria, avvenuto nel 19 a.C.

Del resto, la tecnica muraria delle strutture sembra indirizzare verso la stessa datazione: la fase legata all’apprestamento dell’ambiente come mensa ponderaria è caratterizzata da muri in opus reticulatum, con riutilizzo in parte di quelli precedenti in opus incertum, che ben si colloca in epoca augustea.

Info

Mensa Ponderaria
Piazza del Duomo, 4 – Tivoli (Roma)

dal 10 maggio 2018 aperta il Giovedì e Venerdì (visite ore 12.30 e 13.00)

prenotazione obbligatoria, due giorni prima della visita:
Per visita ore 12.30: Biglietteria Villa d’Este: +39 0774332920; info@villadestetivoli.info
Per visita ore 13.00: Biglietteria Villa Adriana: +39 0774382733; villa.adriana@coopculture.it

L’ingresso alla Mensa Ponderaria è abbinato al biglietto giornaliero di ingresso a Villa d’Este o a Villa Adriana, € 10,00 intero, ridotto € 5,00, valido 6 giorni dalla sua emissione.

I residenti a Tivoli e nei comuni limitrofi (esclusa Roma) potranno prendere il biglietto per la visita il lunedì pomeriggio, quando l’ingresso a Villa d’Este e Villa Adriana è gratuito, e potranno così visitare gratuitamente anche la Mensa Ponderaria il giovedì o venerdì della stessa, previa prenotazione telefonica.

Sono fatte salve le agevolazioni previste dal regolamento di ingresso ai luoghi della cultura italiani, consultabili nel sito web del MiBACT.

Le visite non sono previste da un minimo di 10 persone ad un massimo di 25.

 

 

Cartoline e foto d’epoca

Villa Adriana

Nominato il Comitato Scientifico per Villa Adriana e Villa d’Este

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D.M. 20 LUGLIO 2017 REP. 311-imported-69961_Pagina_2

Riguardo all’aricolo 12 del D. M. 23 dicembre 2014, citato nella nomina, dove si recita che “I componenti del Comitato sono individuati tra professori universitari di ruolo in settori attinenti all’ambito disciplinare di attività dell’istituto o esperti di particolare e comprovata qualificazione scientifica e professionale in materia di tutela e valorizzazione dei beni culturali”, segnaliamo che la Regione Lazio ha designato la dott.ssa Loretta Mezzetti, già dirigente del Settore V- Servizi alla città del Comune di Tivoli e già vice segretario generale dello stesso Comune, mentre il Comune di Tivoli ha designato la dott.ssa Maria Antonietta Tomei, già direttrice del sito archeologico del Palatino ed autrice di importanti pubblicazioni scientifiche sugli scavi ivi effettuati. Attualmente la dott.ssa Tomei è consigliere del Sindaco di Tivoli per i Musei Civici.